martes, 11 de noviembre de 2008

Nepal: Entrevista al camarada Gaurav en Red Star. Traducción al italiano por los camaradas del CARC



Traduciamo e diffondiamo una recente intervista a C. P. Gajurel, responsabile per le relazioni internazionali del Partito Comunista del Nepal (maoista), che ci aiuta a comprendere la natura della lotta tra due linee entro il Partito in vista del Congresso Nazionale del Partito che si terrà a partire da oggi.

Partito dei CARC – Settore delle Relazioni Internazionali

INTERVISTA A C.P. GAJUREL

C. P. Gajurel, 59 anni, è un membro della direzione politica e sovrintendente dell'ufficio per gli affari esteri del Partito Comunista (Maoista) del Nepal. Nell'agosto del 2003, fu arrestato mentre stava cercando di partire per Londra dall'aeroporto di Chennai con documenti di viaggio falsi e ha trascorso tre anni in prigione a Chennai. Dopo il secondo Movimento Popolare, e l'ingresso dei maoisti nella vita politica pubblica, fu scarcerato nel dicembre del 2007. Dopo il suo rilascio ha viaggiato a livello internazionale, cercando di portare l'attenzione e cercando appoggi riguardo al proprio partito.
Gajurel ha avuto un colloquio con Aditya Adhikari e Kosh Raj Koirala del Kathmandu Post il 23 ottobre riguardo il nuovo governo, la lotta ideologica nel suo partito, e le sue relazioni con gli altri partiti e nazioni confinanti.
Estratti:

D.: Come valutate l'operato svolto dal governo guidato dai maoisti fino ad ora?
C.P. Gajurel: Riteniamo che l'operato del governo non sia stato all'altezza delle speranze del Partito. Dato che è un governo di coalizione, non è riuscito a lavorare secondo le direttive del nostro Partito. Siamo entrati al governo con la consapevolezza che avremmo dovuto intraprendere cambiamenti visibili due settimane dopo esserci entrati. Eravamo convinti che anche se non avessimo potuto intraprendere i maggiori cambiamenti immediatamente, avremmo dovuto fare piccole cose, come controllare il traffico e distribuire razioni sufficienti di carburante. Ma purtroppo non siamo stati in grado neppure di fare questo.
D.: Il vostro partito ha affermato di non credere nella democrazia parlamentare, ma crede nella competizione multipartitica e non vuole imporre un sistema comunista tradizionale. Può spiegare come si presenterebbe la struttura dello stato organizzato secondo il vostro modello?
Gajurel: C'è una credenza sbagliata secondo cui multipartitismo significa “parlamento”, il sistema parlamentare significa democrazia, e nessun'altra forma di democrazia esiste nel mondo. Ma ci sono molti sistemi politici nel mondo che non sono parlamentari ma hanno competizione multipartitica.
D.: Quindi qual'è l'alternativa che proponete?
Nel nostro sistema multipartitico, ci sarà competizione tra i partiti che sono nazionalisti, che hanno combattuto per la patria ed il repubblicanesimo e che hanno lottato per fare un nuovo Nepal. Può darsi che molti partiti si uniscano assieme per formare il governo. Non è necessario che come in parlamento, ci sia un partito al governo ed uno all'opposizione. Durante il periodo di interim non avevamo un'opposizione ma il sistema era lo stesso democratico. Infatti, nella Costituzione non c'è alcuna premessa per l'esistenza di un'opposizione. Solo dopo che il Congresso Nepalese ha deciso di restare all'opposizione l'abbiamo consentita.
D.: Chi deciderà quali partiti sono nazionalisti e saranno autorizzati a competere? Quali saranno i parametri di selezione?
Gajurel: Il parametro è la storia del partito fra la gente. Il contributo che esso ha dato. L’impegno che assume rispetto alla Costituzione che tracceremo. L’impegno che assume rispetto al paese e al popolo.
I.: Sentiamo che i maoisti dicono che lo Stato dovrebbe essere responsabile di selezionare quali partiti sono autorizzati a competere. Allora quello che i maoisti indicano come democrazia multi-partitica è quella dove i maoisti possono controllare lo Stato e fare la selezione tra quali partiti hanno la possibilità di competere e quali no.
Gajurel: No, il sistema sarà dotato di tribunali che avranno il potere decisionale finale. Ci sarà una Commissione Elettorale. Questi organismi prenderanno le decisioni. Lo Stato non può impedire a determinati partiti di partecipare solo perché lo vorrebbe.
D.: Le linee di intervento del vostro partito nel governo sono molto diverse da quelle che il vostro partito era solito affermare fino a pochi anni fa. Non trova che il partito abbia deviato dal suo nucleo ideologico?
Gajurel: Non abbiamo deviato dal nostro nucleo ideologico. Non siamo arrivati dove siamo perché siamo caduti in un errore di concezione o in un illusione. Noi abbiamo la nostra strategia e la nostra tattica, e siamo arrivati qui proprio ponendole in atto. L'Assemblea Costituente (CA) è una richiesta che abbiamo avanzato cinque-sei anni fa. Abbiamo preso parte alla CA in armonia con le nostre linee di intervento. Il nostro comitato centrale ha preso la decisione di entrare nel governo. Ma la realtà è che si tratta di un nuovo esperimento. Un esperimento di questo genere non era mai stato intrapreso nel movimento comunista mondiale.
D: Di recente nei media hanno trovato spazio molti dibattiti riguardanti le differenze che corrono tra la fazione dei “duri” del vostro partito e quella dei “moderati”. Una fazione vorrebbe tornare alla guerra per continuare la rivoluzione, mentre l'altra parte vorrebbe proseguire il processo di pace in corso.
Gajurel: Le varie opinioni e le differenze assieme sorgono entro al partito, ed è importante che lo facciamo. Come comunisti, noi definiamo il nostro partito come un’unità degli opposti. Non è monolitico. Le differenti opinioni nel partito lottano una contro l'altra, ed il partito si conquista la propria linea attraverso tali lotte.
Nessuno però nel partito ha in mente che dovremmo ritornare alla lotta armata. Neanche quelli cosiddetti “duri” lo pensano. Tramite la lotta armata abbiamo già raggiunto una fase in cui possiamo perseguire i nostri scopi attraverso altri mezzi. Perché allora ritornare alla lotta armata?
D.:Abbiamo sentito usare parecchio il termine “Repubblica Democratica Federale” durante gli ultimi due anni. Ma cos'è questa “Repubblica Popolare” di cui abbiamo sentito parlare recentemente?
Gajurel: Il Congresso Nazionale del nostro Partito, che avrà inizio il 9 o il 10 Novembre, deciderà di che tipo di repubblica abbiamo bisogno. La linea della “Repubblica Democratica Federale” ha insindacabilmente avuto la sua utilità nel porre fine alla monarchia ed instaurare una repubblica. Ma ora dovremmo andare avanti, oppure consolidare questa forma di repubblica? Per andare avanti, è la “Repubblica Popolare” ciò di cui abbiamo bisogno. La forma più avanzata possibile di Repubblica Democratica Federale esiste in India. Ma forse la Repubblica Indiana è stata mai in grado di risolvere i suoi problemi? Non abbiamo bisogno di andare nemmeno più lontano di Bihar per renderci conto di come funziona. Noi dobbiamo fare meglio di così.
Ora, si dice che la “Repubblica Popolare” è uno stato comunista, ma non lo è. Non è nemmeno socialista. Essa fondamentalmente è una repubblica borghese, ma contiene molti elementi tipici del socialismo. Per esempio, ci sarà una progressiva riforma agraria. Ci sarà la decentralizzazione di molti diritti. Ci sarà il diritto all'autogoverno locale per molte caste ed etnie. Vogliamo andare avanti proprio in modo di non tornare a un tipo di repubblica feudale, capitalistico.
D: Quale sarà il sistema economico nella “Repubblica Popolare”? Ci sarà una nazionalizzazione delle banche, delle proprietà?
Gajurel: Il popolo dà una grande importanza a questa questione della nazionalizzazione delle banche. Sono appena tornato dal Venezuela dove ho avuto l'occasione di incontrare Hugo Chavez in un programma di dibattito. Ha scherzato : “Quando io ho nazionalizzato le banche, George Bush era veramente contrario. Ora è diventato mio compagno, anche lui ha nazionalizzato le banche nel suo Paese.” E non sono solo i comunisti che nazionalizzano le banche. Anche Indira Gandhi l'ha fatto. Questo forse fa di lei una comunista?”
D: E per quanto riguarda le altre istituzioni economiche? Avete intenzione di nazionalizzare anche le industrie?
Gajurel: No, in questo sistema non tutto verrà nazionalizzato. Alcuni elementi saranno ovviamente nazionalizzati Ma esisterà la proprietà privata. La borghesia nazionale sarà tutelata. L'obiettivo è di far sviluppare il capitalismo nazionale.
D.: Si ha la percezione che i maoisti si avvicinino sempre di più alla Cina cercando di distanziarsi sempre di più dall'India.
Gajurel: Siamo convinti che sia nell'interesse del paese avere relazioni equidistanti con ambedue i paesi. Storicamente, la storia delle relazioni estere del nostro Paese è sempre stata a senso unico. Per esempio, l'80% delle nostre attività commerciali è con l'India, e solo l'8% con la Cina.
Accrescere le relazioni con la Cina darebbe accesso a un immenso potenziale. Fornirò un esempio. Molti turisti attraversano l'India per venire in Nepal. Questo è bene. Ma deve essere fatto di più per incrementare il flusso turistico dal lato cinese. Dopo che è stato costruito il collegamento ferroviario per Lhasa (da Pechino), hanno incominciato a venire a Lhasa tre milioni di turisti all'anno. Molti di questi turisti sono buddisti. Il luogo più significativo per i buddisti è la nostra Lumbini. Se si arrivasse a costruire una linea ferroviaria o un'autostrada che colleghi Lumbini a Lhasa, persino se solo un terzo di turisti diretti a Lhasa venisse in Nepal, sarebbero già un milione di turisti l'anno.
D.: Alcuni leader del Congresso Nepalese hanno chiesto perché, se i Maoisti sono così determinati nell'integrare il proprio esercito, hanno poi aumentato i compensi per i combattenti dell'Esercito di Liberazione Popolare (PLA) di 2000 rupie? Questo indica che si sono impegnati a rendere il PLA più forte e pronto a ritornare in guerra…
Gajurel: Non è questa la nostra intenzione. Come faremmo a integrare il PLA se non gli dessimo neanche abbastanza da mangiare? Prima dobbiamo dargli attrezzature di base, poi sviluppare la loro professionalità e quindi integrarli. Non ha senso che gli stessi che sostengono che il PLA vada integrato siano addirittura contrari a dargli abbastanza cibo.
Ciò che afferma il Congresso Nepalese è ridicolo.
Inoltre, anche se in passato avevamo già stipulato accordi con le Nazioni Unite e gli altri partiti secondo cui l'integrazione avrebbe avuto luogo secondo il modello Riforma nel Settore della Sicurezza (SSR) , il Congresso Nepalese è determinato ad adottare il modello Disarmo, Smobilitazione e Riabilitazione (DDR). Il ministero dell'Interno ha comunicato ieri che non c'è alcun accordo che affermi che i combattenti maoisti verranno integrati nell'Esercito Nepalese. Allora, per che cosa ha negoziato in tutto questo tempo? E' molto strano che dei leaders responsabili del Congresso Nepalese parlino così.
D.: Quindi pensate che tutti i combattenti maoisti censiti, oltre 19000 di numero, debbano entrare a far parte dell'esercito nepalese in futuro?
Gajurel: Sì. Questo è quanto sosteniamo. L'intero accordo riguarda l'inquadramento delle armate. Non riguarda quello della polizia o della Lega della Gioventù Comunista.
D.: E dopo l'integrazione, volete che i vostri uomini ricevano nell'Esercito Nepalese ruoli dello stesso rango di quelli ricoperti nel PLA?
Gajurel: Effettivamente, dovremmo discuterne. Quanto sono competenti i nostri comandanti? In fin dei conti, hanno vinto loro le battaglie contro l'Esercito Nepalese. Sarebbero stati in grado di vincere, se non fossero stati professionali? Pensiamo che le capacità dei nostri ufficiali siano in molti modi superiori a quelle dell'Esercito Nepalese. Abbiamo combattuto molte battaglie con poche armi. Non pensiamo ci sia alcuna esagerazione nel dire che i nostri combattenti meritano pienamente di mantenere il proprio rango anche una volta che saranno stati integrati.

domingo, 9 de noviembre de 2008

Galiza: No camiño da Folga Xeral

No marco das movilización contra as medidas economicas dos capitalistas é preciso erger un programa concreto de medidas anti-capitalistas que den contido político as mesmas.
Publicamos o seguinte comunicado dos camaradas do Comité de Loita Popular "Manolo Bello"


Ousar loitar ousar vencer. !
Mao Tse-tung.

CONTRA O CAPITAL FOLGA XERAL !

A Clase Obreira e ao Povo Traballador Galego:
Diante a convocatoria dunha xornada de loita, o vindeiro dia 13 de novembro, con manifestacions nas principaes cidades da Galiza, pola Confederación Sindical Galega facemos publico o noso apoio a mesma, no camiño, que coidamos necesario da convocatoria dunha Folga Xeral co claro obxetivo político para que sexan os capitalistas e non o povo traballador os que pagen a crisis do Capital.
Hai que descartar os chamados a "prudencia" e a "responsabilidade" que dende diversas "orquestas" reformistas e burguesas lanzan sobre o povo e suas organizacions.
A responsabilidade desta crisis e mesmo do peligro de desaparición do mundo é exclusivamente do Capitalismo internacional, non dos traballadores, e a toma do Poder polos mesmos, representa a unica garantia de rematar con este estado de cousas.
Diante dos programas da burguesía para sua salvación, temos que erger, desde agora, o Programa dos Traballadores.
Nos propoñemos, como minimas e urxentes, as seguintes medidas a nivel do Estado español:

A inmediata nacionalización da banca privada para poñerla baixo control do Estado e das organizacions politicas e sindicaes dos traballadores.
Seguro Único de Desemprego de 1.100.00 € por tempo ilimitado. Co programas eficaces de emprego.
Nacionalización, baixo control de seus traballadores, das empresas que presenten ERE o pechen, co obxetivo de crear cooperativas de traballadores con amplo respaldo financieiro do Estado.
Municipalización de todo-los servizos actualmente privatizados.

Coidamos que para lograr estes obxetivos temos que traballar, dentro dunha grande unidade popular, na creación de Comité Populares, organos de novo poder, que asuman a dirección das loitas e que respondan dun xeito horizontal diante dos traballadores.

Temos que ser nos, o povo, os protagonistas !
Temos que ousar loitar e ousar vencer !

Galiza, Novembro do 2008


COMITÉ DE LOITA POPULAR "MANOLO BELLO"

viernes, 7 de noviembre de 2008

PERÚ: Policia asesina a dos personas en Tacna.-


Lima, 07.11.08

La Primera


El jurista César Valega sostuvo que las muertes de Ronald Gamarra y Gelmer Arpasi, por la represión contra las protestas tacneñas, tiene un responsable político: el ministro del Interior, Remigio Hernani.

“El gobierno es responsable de la conducción del país y cada uno de los ministros tiene su específica responsabilidad; así como la ministra de Transportes es responsable de las muertes que ocurren en las carreteras, en este caso el titular del Interior es responsable de la actuación de la Policía Nacional en el resguardo del orden público”, indicó a LA PRIMERA.


Por eso, continúa, lo que sucedería en un país bien organizado es que el Congreso asuma la investigación mientras que los familiares de las víctimas y las instituciones que velan por la integridad de los ciudadanos denuncien el hecho ante el Ministerio Público y se dé comienzo al aparato jurisdiccional en forma paralela. Agregó que las muertes de los ciudadanos no deben quedar impunes.“El fiscal tendrá la responsabilidad de identificar o deslindar las responsabilidades del gobernador, del coronel y el comandante de la policía que estuvieron a cargo de las acciones durante la convulsión en Tacna, mientras que el Congreso determina la responsabilidad política del actor político, en este caso, del ministro del Interior, señaló.

jueves, 6 de noviembre de 2008

Nepal: Debate sobre la Revolución. Un articulo del Partido Comunista de Irán (mlm)


La revolución en Nepal:
¿gran triunfo, o gran peligro?
El siguiente artículo es de Haghighat Nº 40 (30 de mayo de 2008). Haghighat es el órgano central del Partido Comunista de Irán (Marxista-Leninista -Maoísta)


El reciente triunfo del Partido Comunista de Nepal (Maoísta) en las elecciones para la Asamblea Constituyente y el anuncio del fin de la monarquía de 240 años y el comienzo de la “República Federal de Nepal”, en la primera sesión de la Asamblea Constituyente (28 de mayo de 2008), han hecho que se pongan de nuevo los ojos sobre los acontecimientos en este país. La euforia se ha apoderado de muchas fuerzas revolucionarias y progresistas del mundo y muchos partidos de izquierda de todo el mundo han enviado mensajes de congratulació n al PCNM por este triunfo electoral.(1)
A primera vista, esta euforia es entendible. Muchos están felices porque en el nuevo siglo el término comunismo ha sido puesto otra vez en relación con el poder. Consideran que este triunfo de los comunistas en Nepal, de nuevo ha traído a la mente el comunismo como una alternativa. Pero la pregunta es, ¿qué tanto se justifica esta euforia y cuál es su base objetiva? Y ¿puede decirse que por este camino puede ser brillante el futuro de la revolución en Nepal?
Por supuesto la caída de la monarquía en Nepal y su abolición como sede del hinduismo a través de la lucha de los obreros y campesinos de Nepal bajo el liderato de los maoístas, es un triunfo y un evento feliz. Pero el que Nepal se convierta en una “república” no resuelve las contradicciones de clase fundamentales que la guerra popular había apuntado a resolver.
Nuestro partido no se ha declarado contento por este triunfo electoral. Este enfoque ha suscitado muchos interrogantes en la mente de la gente, dado el hecho de que nuestro partido, junto con el Movimiento Revolucionario Internacionalista y todos sus partidos y organizaciones participantes, ha sido firmes defensores de la guerra popular en Nepal. Esto es así especialmente debido a que tras el gran movimiento de abril en Nepal (2006) y el desarrollo en la fuerza de la guerra popular, pasando del campo a las ciudades, el editorial de Haghighat (Nº 30—oct. 2006) predijo la eventual victoria de la revolución nepalesa y la perspectiva de un estado socialista allí. Aunque ese número de Haghighat señaló correctamente los problemas objetivos que había en el camino de esta revolución y la existencia de cierta confusión en la concepción estratégica del Partido Comunista de Nepal (Maoísta) respecto a las características de la dictadura del proletariado —teniendo en cuenta las lecciones positivas y las negativas de las dos grandes experiencias del siglo XX en China y Rusia— el editorial (y su título en particular) promovían la ilusión de que los maoístas nepaleses iban a conquistar el poder en todo el país muy pronto. El curso de los acontecimientos reveló que ésta era una predicción prematura y unilateral. En la práctica la revolución nepalesa enfrentó problemas muy severos y complejos y el proceso de la conquista del poder de estado se interrumpió.
Tiene que recalcarse que la revolución en Nepal pertenece al proletariado y los pueblos del mundo. El movimiento comunista internacional, en particular los partidos maoístas, a la vez que a aprender de esa revolución y regocijarse con sus triunfos, están obligados a abrir sus ojos y ver los peligrosos recodos políticos e ideológicos en su camino y a jugar su debido papel a este respecto. Nuestro partido ha hecho hasta ahora su parte de esta tarea y hará más. Cualquier tipo de indiferencia, de no meterse, bajo un manto izquierdista (pero con profundo carácter derechista) como el llamar a “otra revolución” o el pensar con el deseo y recalcar ingenuamente “la experiencia táctica del Partido Comunista de Nepal en hacer análisis concretos de las condiciones concretas” equivale a abandonar las tareas internacionalistas, asumiendo una actitud irresponsable hacia la defensa de los logros de la más importante revolución de comienzos del siglo XXI, y muestra una incapacidad para encarar los problemas reales que enfrentan las revoluciones en nuestro tiempo.
*****
Es obvio que el triunfo de los maoístas en la Asamblea Constituyente y su conversión en el partido dominante en el gobierno no es igual a su conquista del poder político. El ingreso de los comunistas nepaleses en el régimen no constituye el nacimiento de un nuevo estado revolucionario. Su ingreso en un estado feudal-comprador no convierte a ese estado en un estado revolucionario bajo dirección del proletariado. La diferencia entre estado y gobierno es uno de los elementos más fundamentales de la teoría del estado y la revolución en la ciencia revolucionaria del marxismo. El estado es un instrumento de dominación política, económica y social de una clase sobre la otra. El gobierno es una forma que cualquier estado puede tomar en el contexto de diferentes condiciones histórico políticas. Por ejemplo, los gobiernos de la clase dominante burguesa pueden tomar la forma de república burguesa, de monarquía, o de regímenes teocráticos fascistas (como en Irán). Los estados proletarios también pueden tomar la forma de República Democrática Popular o República Socialista Soviética o formas federales. Cambiar la forma de un régimen de una a otra de éstas no significa un cambio en el sistema de estado. Históricamente numerosas veces hemos visto cuando han cambiado regímenes (o gobiernos) sin que cambie para nada el carácter de clase del estado. En la revolución en Irán en 1979 el régimen del Shá cayó sin la destrucción del dominio capitalista y las clases terratenientes. El régimen del Shá fue derrocado sin que fuera establecido un estado de la clase obrera en alianza con los demás oprimidos y trabajadores. Sólo teniendo este tipo de estado era posible reorganizar la sociedad sobre una base económica, social y cultural completamente nueva. El sistema de estado en el que el régimen del Shá se había basado (concretamente el Ejército, el sistema de seguridad y sus órganos, cárceles, tribunales, relaciones internacionales, etc.) no solo no fue destruido, sino que solo fue reorganizado como parte del proceso de consolidar un régimen teocrático reaccionario. El nuevo régimen no sólo no constituyó un nuevo poder político, sino que de hecho, teniendo su rótulo religioso, se volvió aún más reaccionario y fue más eficiente que antes en reprimir a la mayoría de los pueblos oprimidos de Irán y a las mujeres en particular. No sólo se dejó sin tocar la base socieconómica del estado, sino que también, debido a las esperanzas del pueblo sobre “revolución”, fue salvada de sus furiosos ataques y de esta forma ganó tiempo para reconstruirse y consolidarse. Su profunda dependencia del capitalismo imperialista que había moldeado al estado iraní no solo quedó intacta sino que fue ocultada a los ojos de las masas con un manto de “independencia” . La razón de nuestro énfasis en esa experiencia es remarcar que el cambio de gobierno no debe confundirse con el cambio de la naturaleza y el carácter de los estados. Por eso es por lo que los comunistas siempre han definido el triunfo de una revolución como “la completa destrucción del estado”. En Nepal, aún no ha nacido un nuevo estado revolucionario de la destrucción del viejo estado.
En 2006 el Partido Comunista de Nepal (Maoísta) firmó con los partidos parlamentarios de ese país un pacto llamado “Acuerdo Integral de Paz”. El objetivo de este acuerdo era el establecimiento de la paz y el inicio de un proceso pacífico de establecimiento de la Asamblea Constituyente y formación de una república burguesa basada en elecciones multipartido incluyendo entre ellos al partido maoísta. Los maoístas declararon que la guerra popular había finalizado y el Ejército Popular de Liberación fue puesto en campamentos bajo supervisión de la ONU.
En ese entonces, el Comité Central de nuestro partido le escribió una carta privada al PCNM criticando seriamente y advirtiendo contra esta política a la vez que señalando las verdades surgidas de amargas y sangrientas experiencias de las luchas del proletariado y los pueblos del mundo, incluyendo la experiencia de la revolución de 1979 en Irán.(2) Oponiéndose a la táctica del Partido Comunista de Nepal (Maoísta) basada en el “Acuerdo Integral de Paz” nuestro liderato advirtió sobre el peligro de que:
“… esta táctica de su partido puede darles nueva vida a los enemigos de la revolución y ayudarlos a traer a colación una estrategia astuta para construir un estado viable y eficiente. No olvidemos que una de las principales razones por las que la guerra popular pudo expandirse muy rápidamente se debió a la inestabilidad e incoherencia de este estado”.
“…las alianzas de clase antipopulares y reaccionarias que se han dado en Nepal desde 1990 en la forma de democracia parlamentaria no pudieron consolidar el estado, debido a las contradicciones inherentes de esas alianzas y mucho más debido a la guerra popular. Ahora ellos están tratando de llevar a cabo este proceso de consolidación por medio de, por una parte deshacerse del rey, y por la otra deshacerse de la guerra popular. Y si logran eso, el resultado será un estado feudal-comprador republicano. Este proceso puede pasar por un sinnúmero de altibajos, ya que tienen que convencer al rey; deben satisfacer tendencias como la del UML (el partido revisionista que hace parte del régimen), o sacarlo a las malas, etc. Pero, lo principal para que ellos salgan airosos de todo esto es arrastrar a los maoístas a esto y conseguir su ayuda para implementarlo” .(2)
La carta también advierte sobre los objetivos que están buscando los partidos dominantes en Nepal e India a través de la firma de este Acuerdo:
“el objetivo de ellos es deshacerse tanto del rey como del poder popular revolucionario que ha sido formado en las bases de apoyo a través de los 10 años de guerra popular; y reorganizar el viejo estado como una república feudal-compradora alrededor del eje del Partido del Congreso (partido gobernante pro-India) y los maoístas —por supuesto si los maoístas se transforman de un partido que libra la guerra popular a un partido político dentro del sistema”. (2)
La carta de nuestro Comité Central le pregunta al liderato del PCNM:
“¿Es imposible para ellos (para las clases dominantes de Nepal y la India y el imperialismo yanqui) lograr esto? ¡No! Por supuesto que es posible que el rey y una parte de los feudales-compradore s que constituyen la base de la monarquía así como de los generales del ejército nepalés pudieran oponer resistencia a este plan. Pero, incluso en el ejemplo de Irán en 1979 vimos que los generales estadunidenses convencieron a los generales del ejército iraní de dejar ir al Shá y ponerse del lado de Jomeini. En Nepal también es posible que los generales nepaleses puedan dejar ir al rey y ponerse del lado del Partido del Congreso”.(2)
Luego la carta plantea otra pregunta:
“¿Es imposible para ellos permitirles a los maoístas entrar en una nueva estructura de estado que tenga la forma de república pero el contenido de dictadura de la clase burguesa compradora?”
“Somos conscientes de que el estado indio y parte de la clase feudal-compradora de Nepal representada por el Partido del Congreso consideran que hay una buena oportunidad para esto. Sabemos que las clases dominantes de India han hecho esto antes y son conscientes de la mágica fuerza de cooptar a los ex comunistas en la estructura del estado y que haciendo esto pueden darle una nueva vida al viejo estado. A lo largo de la historia de su dominación, las clases dominantes de India han podido reorganizar y renovar su estado a través de cooptar al estado existente a los ex comunistas y a una parte de los representantes de los movimiento de los oprimidos. Y haciendo eso, se las han arreglado para convertir una dictadura ineficiente e inestable a una más eficiente dictadura reaccionaria contra las masas. El asfixiante papel de varios partidos “comunistas” en India en mitigar el impulso rebelde de las masas ha sido un papel no menos destructivo que el de la religión y otros elementos ideológicos de las clases reaccionarias. Las clases reaccionarias de India son expertas en convertir a comunistas de antiguos enemigos en actuales socios. Y ahora están tratando de hacer lo mismo en Nepal”.
Luego de analizar el plan estratégico del enemigo al firmar el Acuerdo Integral de Paz con los maoístas, la carta dice:
“Este plan estratégico depende del funcionamiento de dos alas tácticas. Primero, convertir en permanente este régimen feudal comprador provisional tras las elecciones de la Asamblea Constituyente. Segundo, apartar a los maoístas de Nepal de los revolucionarios de la India y de todo el mundo”.
La carta plantea claramente que, “La utilización de tal estrategia por parte de las clases dominantes reaccionarias no es nada nuevo. Lenin la había llamado ‘Solución Constitucional’ por parte del viejo estado para resolver sus impases y crisis de legitimidad”.(2)
La participación del Partido Comunista de Nepal (Maoísta) en el gobierno interino de Nepal no cambia el carácter de clase feudal-comprador de ese estado. Con la abolición legal del régimen monárquico y la declaración de la república, no cambiará el carácter de clase de ese estado. Un cambio en la forma de gobierno no es lo mismo que hacer añicos el estado de las clases feudal y compradora y zafarse de la dominación imperialista. Este es un hecho que normalmente el liderato del Partido Maoísta debe saber y tiene que informar a la militancia del partido y a las masas revolucionarias y oprimidas de Nepal de este hecho.
Aun cuando la Asamblea Constituyente apruebe algunos “derechos” políticos, sociales y económicos para los obreros, campesinos, mujeres y nacionalidades oprimidas y los designe a ellos como amos de la sociedad, mientras el corazón del estado reaccionario —es decir el ejército reaccionario— se ha mantenido intacto, el verdadero significado de estas leyes será propagar ilusiones entre las masas y arrebatar los verdaderos derechos que éstas han ganando mediante la guerra popular. Mientras el ejército esté en las manos de las clases explotadoras y los principales medios de producción estén bajo su propiedad y control, son infundadas las promesas constitucionales sobre salvaguardar los intereses del pueblo. El papel de la Constitución en las repúblicas burguesas es precisamente garantizar y servir a la instauración de la explotación económica. Incluso en las repúblicas burguesas más democráticas los derechos del pueblo están confinados dentro de este marco. Si los derechos que se prometen al pueblo entran en contradicción con este objetivo básico, estos serán fácilmente pisoteados.
Es claro que los comunistas de Nepal lanzaron la guerra popular con la tarea que es universal a todas las revoluciones proletarias, es decir, “hacer añicos la maquina del estado” y conquistar el poder. Y ellos aplicaron esta línea durante 10 años. Pero hoy, considerando las dificultades surgidas en el camino, ellos creen que pueden buscar el objetivo de establecer un estado revolucionario a través de un camino pacífico. ¡Pero eso es imposible! Ninguna clase en la historia ha conquistado pacíficamente el poder político. Buena parte de este poder también se conquistó en el curso de los 10 años de la guerra popular librada por los obreros y campesinos bajo el liderato de los maoístas. Este poder no se expresa por medio de las curules ganadas en la Asamblea Constituyente sino básicamente a través de las transformaciones revolucionarias en la economía y la política que se lograron en el curso de los diez años de lucha armada. Pero este poder, al no conquistarse en todo el país, es inestable y está en peligro de perderse para siempre. La cuestión central es: ¿participar en el estado y tratar de cambiarlo desde dentro fortalecerá el poder político y económico de los obreros y campesinos de Nepal, o llevará a su completa aniquilación? ¿Los diez años de guerra popular serán utilizados para perfeccionar el estado reaccionario, o para destruirlo? Si el resultado final es el establecimiento de una república burguesa, entonces los sacrificios de las masas servirán al perfeccionamiento y la modernización de los medios de oprimir a las masas, y no al establecimiento de una nueva sociedad con nuevo poder político, nueva economía, nuevas relaciones sociales y nueva cultura.
Si los camaradas de Nepal continúan por el camino que han adoptado, todo ese poder político y económico que ha sido ganado por los obreros y campesinos de Nepal no solo no será consolidado sino que se perderá. Y a cambio habrá una república feudal-burguesa dependiente de India o de China, o de ambas.
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Para demostrar esto, será suficiente señalar la correlación de fuerzas predominante. El ejército real se ha mantenido básicamente intacto y goza del apoyo de India, de EEUU y de los grandes partidos dominantes. La guerra popular fue interrumpida antes de destruir la columna vertebral del viejo estado. Si miramos la situación económica del país, cómo este pequeño país está en las garras del estado indio y de los centros económicos internacionales, entonces se verán las verdaderas dimensiones de esta desfavorable correlación de fuerzas. ¿Es posible zafarse de estas garras simplemente con estar en el gobierno, y sin un estado proletario?
¿Para qué son necesarios el poder político y el estado de dictadura/democraci a del proletariado? Son necesarios para destruir el feudalismo, el capitalismo burocrático y la dependencia al imperialismo, y para transformar a Nepal en una base de apoyo roja revolucionaria proletaria en el mundo. Por eso es por lo que la destrucción de la máquina estatal existente no puede limitares y reducirse al derrocamiento de la monarquía. El blanco de la Revolución de Nueva Democracia es el conjunto de las clases burocrática, compradora y feudal y sus respaldos extranjeros e imperialistas, no sólo la parte monárquica de éstas. La consigna de abolición de la monarquía era y es correcta pero esto tiene que hacerse como una parte de la Revolución de Nueva Democracia y del establecimiento de un nuevo estado.
No se puede reducir el feudalismo en Nepal a la institución de la monarquía. El feudalismo lo constituyen las relaciones de propiedad de la tierra y el modo pre-capitalista de explotación. Para que sean emancipados los campesinos, estas relaciones de propiedad deben ser destruidas de manera definitiva. Simultáneamente tiene que ponerse fin a la dominación político-econó mica de Nepal por parte del estado indio en representació n del capitalismo mundial. Es imposible llevar a cabo este proceso sin basarse en las amplias masas y en su lucha consciente y organizada.
En la época imperialista no es posible erradicar el feudalismo sin la expropiación simultánea del capitalismo burocrático. Debe confiscarse este capitalismo; alterarse su carácter y convertirse en función del desarrollo de una economía autosuficiente que tiene la meta de satisfacer las necesidades de las masas.
¿Qué clase y con qué plan se apoderará de los bancos y de las riquezas del país? ¿El Banco Mundial y el FMI, manejando las cuerdas de la “ayuda financiera” y la “inversión extranjera”, continuarán controlando la economía nepalesa? Si estas instituciones financieras son las que deciden e India continúa agarrando al país por el cuello, entonces ni siquiera podrá abolirse el feudalismo, porque en la época del imperialismo, el feudalismo no tiene una vida independiente y separada del funcionamiento del capitalismo. El capitalismo burocrático (dependiente del sistema capitalista mundial) y el sistema capitalista en general (sea a través de capitales indios o chinos o a través de “ayuda” del Banco Mundial) han transformado e incorporado a su servicio el modo feudal de explotación. Lo que sea que quede del modo de explotación feudal (incluyendo sus relaciones sociales) es puesto al servicio de la rentabilidad del capitalismo burocrático. Hoy, erradicar el feudalismo en Nepal requiere la distribución revolucionaria de la tierra en el Terai (el área que constituye la principal fuente de alimentación del pueblo nepalés). La guerra popular hizo todo lo posible en las zonas de alta y media montaña. Pero para impedir la resurrección del feudalismo en nuevas formas o que la explotación capitalista tome el lugar de la explotación precapitalista, el poder debe estar en manos del estado de dictadura/democraci a proletaria con el fin de llevar a cabo un movimiento de propiedad socialista en las áreas en las que se ha dado la revolución agraria.
Ningún gobierno de coalición con participación de partes de la burguesía (o la participación de parte de los remanentes del anterior régimen) implementará tal plan, porque la propiedad privada juega un papel central en el sistema capitalista y la burguesía de un país como Nepal tiene profundos vínculos con la propiedad de la tierra. Además, las clases explotadoras, debido al temor general que les tienen a los pobres del campo, nunca apoyarán una reforma agraria revolucionaria. Es verdad que el programa de reforma agraria revolucionaria está aún dentro de los límites de la democracia burguesa. Pero su implementació n de una manera revolucionaria solo es posible por parte del proletariado. Sólo de esta manera puede la pequeña clase obrera de Nepal sentar las bases para un desarrollo independiente y rápido del país. Sólo la revolución agraria puede convertirse en la base para el rápido desarrollo, la cooperativizació n y colectivizació n voluntarias, que tienen un papel central en elevar la etapa de revolución a la etapa de revolución socialista.
Si va a haber un triunfo, no se puede hacer un cortocircuito de este programa o inventar un “período de transición” para implementarlo. No es posible hacer la “transición” a la Revolución de Nueva Democracia basándose en la república burguesa. Como lo plantea la carta de nuestro liderato al PCNM:
“Lo que ustedes lograrán con la reestructuració n del estado a través de este paso ‘provisional’ no será ni siquiera una república burguesa. Será una república feudal-compradora. Esta república debilitará al nuevo Nepal que ha estado naciendo del viejo Nepal por medio de la fuerza de la violencia revolucionaria pero que aún no ha podido destruir por completo al viejo Nepal. El gobierno provisional abrirá el camino a que el nuevo Nepal sea engullido por el viejo Nepal”. (2)
El establecimiento de una república burguesa de “transición” no es una táctica que pueda servir a impulsar la estrategia de Revolución de Nueva Democracia, sino que es una táctica que sirve a la estrategia de reformar el estado feudal-comprador. Esta táctica es muy fatal y destructiva y podría destruir todas las esperanzas y logros del pueblo nepalés. Confinar el Ejército Popular y llamar a crear un solo ejército mediante la integración de los dos constituyen los aspectos más dañinos de esta táctica. (3)
Las congratulaciones y los elogios enviados por los partidos comunistas, por organizaciones e individuos de izquierda y progresistas al PCNM por este triunfo electoral ocultan los mencionados asuntos fundamentales. Sin una comprensión profunda y omnímoda de los obstáculos objetivos en el camino de la revolución en Nepal, no se puede ayudar a los camaradas de Nepal.
Hacer la revolución en un país pobre, pequeño y económicamente atrasado como Nepal que está metido entre dos grandes potencias como China e India, y está en peligro de una invasión por India en cualquier momento, tiene muchísimas complejidades. Además, la revolución en Nepal es la única en el mundo y la correlación de fuerzas a nivel internacional no es favorable a ella. La combinación de estos factores le ha puesto numerosas restricciones a su avance y desarrollo.(4) En toda revolución, diferentes líneas sacan la cabeza cuando las revoluciones enfrentan dificultades y complejidades y en respuesta a ellas. Lo que más inquieta a las fuerzas comunistas a nivel internacional es la línea que el Partido Comunista de Nepal (Maoísta) ha adoptado respecto a cómo avanzar la revolución en ese país. La experiencia histórica ha mostrado que las revoluciones pueden ser derrotadas incluso si los revolucionarios no cometen errores. En este caso la causa de su fracaso sería la desfavorable correlación de fuerzas. Pero cuando el partido que está dirigiendo la revolución comete errores y se equivoca en diferenciar los amigos de los enemigos, entonces la revolución definitivamente fracasa. ¡Este es el peligro principal! La línea política y las políticas erróneas reforzarán aún más los factores desfavorables y harán aún más desfavorable la correlación de fuerzas. La orientación estratégica influencia de manera positiva o negativa la correlación de fuerzas, porque tarde o temprano se convierte en una fuerza material. Cuando una orientación estratégica y sus tácticas correspondientes son erróneas, no solo se pone en movimiento la espiral descendente de un proceso revolucionario sino que en el largo plazo esta regresión influencia negativamente a los comunistas —siembra las semillas de la confusión y refuerza el revisionismo en su seno.
La revolución en Nepal está en gran peligro. Es un deber internacionalista de todos los comunistas del mundo el prestarle atención a esto. La lucha por enfrentar los peligros que amenazan la revolución en Nepal desde dentro y desde afuera, sin duda elevará la comprensión de todos los comunistas en el mundo sobre las complejidades y dificultades de hacer la revolución en el mundo de hoy.
Pero aún está por escribirse el fin de la revolución en Nepal. Esta revolución ha pasado por muchas vueltas y revueltas y —sin querer predecir su futuro, mirando el marco más grande, es decir los cambios en la situación mundial que proporcionan el contexto para la revolución en Nepal—, podemos ver que se avecina una tormenta. Esta revolución puede y debe continuar.
Los partidos burgueses en Nepal han aceptado que los maoístas tomen el timón de su régimen en un momento en que se avecinan carestía, escasez y hambre debido al funcionamiento del sistema capitalista. Los reaccionarios nepaleses han organizado paramilitares fascistas para llevar a cabo el plan de asesinar revolucionarios maoístas. El estado indio ha parado la exportación de arroz a Nepal con el pretexto de prevenir el hambre en la India. A ellos, junto con los imperialistas yanquis les gustaría trasladarles la carga de los problemas sociales a los maoístas y canalizar la furia de las masas hacia el PCNM. Simultáneamente, por medio de conspiraciones, tratan de utilizar las divisiones existentes en el seno de las masas (como la división entre nacionalidades) con el fin de atizar las llamas de la discordia entre ellas y por medio de diversas formas reforzar la inseguridad y la inestabilidad en el país. Es posible que tales crisis puedan cambiar la “evolución pacífica de la revolución” en una “no pacífica”. Las duras realidades de la lucha de clases pueden ayudarle al PCNM a romper lo más pronto posible con su actual camino. Rectificar una trayectoria requiere siempre librar una lucha ideológica y política consciente y omnímoda.
En Nepal y en las filas del PCNM no es un secreto que existen diferencias y luchas de líneas entre los maoístas del mundo sobre la trayectoria que ha adoptado el PCNM. Los líderes y voceros del PCNM han señalado públicamente estas diferencias varias veces. Por ejemplo Prachanda (el presidente del PCNM) en una entrevista que diera en 2007 habló sobre la oposición del Movimiento Revolucionario Internacionalista y del Partido Comunista de la India (Maoísta) a la actual línea del PCNM. U otro líder maoísta en Nepal, en una entrevista con Red Star [Estrella Roja] dijo: “Para nosotros las críticas de Bob Avakian (Presidente del Partido Comunista Revolucionario, EU) y de Ghanapaty (Presidente del Partido Comunista de la India – Maoísta) son más gratas y productivas que las congratulaciones provenientes de George Bush y el gobierno indio”.
Vale la pena señalar que el Partido Comunista de Nepal (Maoísta) por lo general ha revelado a los simpatizantes del partido las luchas de líneas dentro del movimiento comunista internacional y entre los líderes del partido, y ha sido un buen ejemplo a este respecto. Pero informar y compartir cuestiones con las masas es una cosa y lanzar y propagar un serio debate y discusiones teóricas entre ellas alrededor de estas diferencias de línea que tienen importancia vital para el MCI, es otra cosa.
Hoy, el principal deber del movimiento comunista internacional respecto a la revolución en Nepal no es alabar victorias parciales y temporales. Incluso cuando las masas (y los dirigentes de la revolución) se entusiasman con tales “victorias” y cierran sus ojos hacia los intereses a largo plazo, tenemos que llamar la atención hacia las verdades fundamentales y las leyes que gobiernan la lucha de clases. Especialmente debido a que este “triunfo” es una miel venenosa que puede tener consecuencias desastrosas para esta revolución y naturalmente para todo el proletariado internacional. Como dice el artículo del Servicio Noticioso Un Mundo Que Ganar titulado “El 12 aniversario de la guerra popular de Nepal y su desenlace pendiente” (11 de febrero de 2008):
“En un momento dado, la revolución no tiene garantías de victoria ni en Nepal ni en ningún país. Pero se puede decir con seguridad que por difícil y grande que parezca el camino a la victoria revolucionaria final, es el único medio posible y real para transformar a Nepal. Es necesario que los comunistas se mantengan firmes en esta orientación y dirijan al pueblo para lograr esa meta”.

Haghighat 40 – PCIMLM - 30 de mayo de 2008


Notas:
(1) Es interesante anotar que la mayor parte de los partidos que enviaron congratulaciones no es que hubieran apoyado mucho los 10 años de guerra popular bajo el liderato de los maoístas en Nepal. ¡Algunos de ellos han alabado con alegría este triunfo electoral mucho, aunque nunca habían hecho siquiera una fracción de eso por anteriores triunfos de los maoístas en Nepal! ¿Están este tipo de patridos felices de que se pueda ser simultáneamente “comunistas” y unirse a los juegos políticos típicamente burgueses, de que se pueda soñar con crear una sociedad radicalmente nueva pero al mismo tiempo se ponga un límite a la larga y ardua lucha de clases? Se pueden ver peligrosas ilusiones en estos mensajes de congratulació n (especialmente en los enviados por los partidos comunistas): la ilusión de que la lucha por el cambio revolucionario de la sociedad pudiera pasar por la participación en el politiqueo del establecimiento burgués. Y peor aún, como si la meta de la lucha revolucionaria fuera el ser aceptados en los círculos de la política del establecimiento y obtener reconocimiento del sistema. Pero estos caminos han sido ensayados muchas veces antes en la historia y han demostrado su fracaso. Ese mismo camino fue tomado por el Partido Comunista de Indonesia. Como resultado el partido indonesio sufrió tan tremenda derrota que nunca pudo levantar la cabeza de nuevo. Además, el impacto de esa desastrosa derrota no se quedó dentro de los confines de Indonesia sino que fue grave para todo el movimiento comunista del mundo e incluso significó un gran golpe para la China Socialista. Un triunfo en Indonesia hubiera influenciado positivamente la correlación de fuerzas en favor de los comunistas pero su derrota volteó la situación y se convirtió en positivo para los imperialistas.
(2) Esta carta fue enviada por el Comité Central del Partido Comunista de Irán (MLM) al Comité Central del Partido Comunista de Nepal (Maoísta) en noviembre de 2006. Su texto completo se publicará en el momento adecuado.
(3) Uno de los artículos del Acuerdo Integral de Paz en 2006 era confinar al Ejército Popular de Liberación y poner sus armas bajo control de la ONU. Esto, más que todo, le dio legitimidad al ejército del enemigo. El Partido Comunista de Nepal (Maoísta) también quería disolver ambos ejércitos y formar uno solo. Pero esto no era factible y no sucedió. En enero de 2008 el comandante de las Fuerzas Militares reaccionarias se opuso abiertamente a esta sugerencia. Esto muestra que los reaccionarios nunca han tenido confusión sobre cuál es su medio más fundamental para ejercer el poder.
(4) Para más discusiones sobre esta cuestión el lector puede referirse a anteriores artículos en Haghighat:
- Diferentes artículos en Haghighat Nº 30 – Octubre de 2006
- La revolución de Nepal: ¡problemas complejos, respuestas fáciles! Haghighat Nº 31
- Las complejidades de una revolución se convierten en justificación para atacar a los maoístas. Haghighat Nº 32
- El 12 aniversario de la guerra popular de Nepal y su desenlace pendiente. Servicio Noticioso Un Mundo Que Ganar, 11 de febrero de 2008.
- Elecciones de Nepal: Expectativas de un cambio profundo por las nubes. Servicio Noticioso Un Mundo Que Ganar, 14 de abril de 2008.
Estos artículos están disponibles en el sitio de internet del Partido Comunista de Irán (Marxista-Leninista -Maoísta)

Traducido de http://www.sarbedar an.org/language/ haghNepEdited. htm.

Departamento de propaganda del Grupo Comunista Revolucionario de Colombia

miércoles, 5 de noviembre de 2008

Galiza: CIG-Servizos solidarizase con sindicalista do Slai-Cobas

Un xuíz estima que Margherita Calderazzi foi a “instigadora” desta mensaxe de protesta
CIG-Servizos solidarízase cunha sindicalista italiana condenada a pagar 100.000 euros por unha pintada

CIG-Servizos quere trasladar a súa solidariedade e apoio a Margherita Calderazzi, sindicalista e militante comunista italiana, recentemente condenada a pagar 100.000 euros por ser a “instigadora” dunha pintada contra o patrón de “ILVA spa”, importante empresa de aceiro da cidade de Tarento.

Margherita Calderazzi é unha recoñecida e coraxosa militante do sindicalismo de clase italiano. Na actualidade é integrante da central Slai-Cobas. Calderazzi vén de ser condenada a pagar unha multa 100.000 euros por ter participado na loita contra a empresa de aceiro ILVA spa, (ex Italsider), na cidade de Tarento, provincia de Puglia, no sur do país.
Esta importante factoría, do Grupo Riva, con aproximadamente 14.000 operarios e cun alto índice sinistralidade laboral, é considerada como unha das dez empresas máis contaminantes da UE.
O empresario Emilio Riva acusou Calderazzi de ser a “instigadora” dunha grande pintada que o cualificaba de asasino. O xuíz Gastone De Vincentis, sen máis probas, condenouna a pagar esta multa delirante.
Así mesmo, outros sindicalistas, noutras partes de Italia, están a ser acusados de pertencer a “asociacións subversivas” por rebelarse contra a explotación e as medidas reaccionarias do Goberno de Silvio Berlusconi, que é o executivo da grande patronal, fondamente antipopular, e que quere eliminar, entre outros aspectos, a sanidade e o ensino públicos.

Confederación Intersindical Galega - Miguel Ferro Caaveiro 10, Santiago de Compostela

martes, 4 de noviembre de 2008

ITALIA: Todos contra el gobierno reaccionario. Grandes manifestaciones recorren el pais.


MILANO: CRONICA DE UNA MANIFESTACIÓN HISTORICA

Ignacio Martin para kaosenlared.


Jueves 30 de Octubre.

Hoy todos los estudiantes italianos están llamados a la movilización contra el decreto Gelmini. Pero los estudiantes no van solos, vienen acompañados por sindicatos y partidos. Son apoyados por más del 50% de la población.

Su reivindicación: El derecho al estudio. La norma convertida en ley por el senado italiano hace que todo el sistema educativo italiano esté herido de muerte. La reducción de los gastos del presupuesto en educación amenaza la viabilidad de las universidades y escuelas. Por ello se hace más sangrante la posibilidad de poder convertir las universidades públicas en fundaciones de derecho privado. Como en la Comunidad de Madrid con la sanidad, el gobierno Berlusconi ha tomado la iniciativa contra la educación. En la calle se habla de odio hacia lo académico, Berlusconi y la derecha italiana siguen defendiendo que la educación en Italia está en manos de los comunistas y de los agitadores.
La movilización se prevé masiva; la ciudad de Milán respira una calma tensa a las 8 de la mañana. Se ve más gente en la calle y más efectivos policiales. La manifestación se iniciará en Piazza Cairoli pero no se sabe donde finalizará. No existe permiso gubernativo, la multitud será la que determine la capacidad de movimiento de la manifestación. Los grupos salen de sus respectivos centros de estudios, desde liceos y universidades. Las calles del centro de la ciudad empiezan a ser bloqueadas por jóvenes y no tan jóvenes.
A la movilización se han sumado prácticamente todos los colectivos, sindicatos y partidos de la izquierda italiana y milanesa.La piazza Cairoli es un espacio plural a las 9 y media. Se observan estudiantes que aun no pueden ser llamados adolescentes, universitarios de todo tipo, representantes de los centros sociales, sindicalistas portando banderas de la CGIL o de COBAS o de CUB...o simplemente ciudadanos con sus hijos. Las furgonetas con sus equpos de sonido recorren la manifestación alternando música con gritos y las bengalas de colores dan una imagen de agitación lúdica.
A la movilización se ha unido una representación de la universidad católica del Sacro Cuore. Está universidad fue unos de los centros del 68 en Milán, pero su carácter de privada y confesional la mantiene al margen de los conflictos estudiantiles. Es por ello que para los miembros del cortejo, unos 70, sea una jornada histórica. Con gritos que hacen notar la presencia de dicho cortejo atraen a la prensa...la católica está, es decir que hasta la universidad más elitista de Milán lucha contra las políticas neoliberales de Berlusconi.

Los sindicalistas se acercan y recuerdan a Capanna, líder del movimiento estudiantil milanes que dio a la policía 5 minutos para dispersarse, los otros estudiantes se miran sorprendidos mientras se preguntan si de verdad son estudiantes de la católica. Finalmente antes de empezar la marcha se fotografían todos con sus carnets universitarios, demostrando que no son Ciellini si no estudiantes en lucha como los de la Estatal.
La marcha comienza y durará más de 5 horas, todo el centro es recorrido por unas 200.000 personas que corean cánticos contra Gelmini y Berlusconi. Todos se preguntan por qué deben pagar ellos una crisis que sólo han provocado los banqueros, porque no les reducen a ellos los derechos y si a los de abajo, a quienes no pueden o no quieren pagarse una educación. A cada rato un nuevo contingente de la policía trata de evitar que la manifestación continúe, unos pocos golpes, la cabecera se para, se habla y comienzan a agarrarse los brazos. El apoyo de miles de personas permite que de forma desobediente se rompa uno tras otro todos los cordones policiales. La manifestación no finalizará hasta las 17 horas en el que ya un reducido número de personas corta los trenes de toda Lombardía por una hora.
La jornada no ha estado exenta de provocaciones, en la entrada de la universidad católica los estudiantes del Ateneo Universitario (miembros de Comunión y Liberación), llamados Cielini por ser seguidores del presidente de Lombardía de Forza Italia, han protagonizado una protesta contra el ataque de la izquierda a las pacíficas universidades italianas. Unos 100 estudiantes de la derecha han insultado y realizado cánticos contra aquellos que salían a defender el derecho a la educación.
La jornada ha sido un éxito, el viernes se repetirán las clases populares en el Duomo y la lucha continúa. Gelmini ha renunciado a inaugurar el año académico en el Politécnico de Milán por miedo. Roma, Bolonia, Padua...las ciudades italianas han sido bloqueadas y los estudiantes avisan que está batalla la ganan y que mientras el decreto siga en vigor las ciudades no podrán tener un ritmo normal. Cossiga, ex primer ministro del Interior con la Democracia Cristiana, avisa...si no se les para a tiempo esto puede ser peligroso, pero el peligro es relativo, pues si es peligroso para los de arriba para los de abajo es un momento de esperanza en el cambio.

Galiza: Solidariedade cos camaradas italianos



Comunicado

CONTRA A REPRESIÓN DO MOVEMENTO OBREIRO E POPULAR POLO GOBERNO NEO-FASCISTA DE BERLUSCONI

Diante das noticias de novas medidas represivas contra os comunistas e sindicalistas, cercanos ao PC-maoísta e ao (n)PCI, por parte do governo Berlusconi e pola xudicatura italiana, queremos amosar a noso rexeitamento das mesmas e manifestar a nosa solidariedade de clase cos camaradas encausados.
Moi en particular, no caso da coñecida sindicalista do Slai-Cobas Margherita Calderazzi a cal foi aplicada unha multa de cien mil Euros por ter participado na loita contra a empresa do aceiro ILVA spa, (ex Italsider) na cidade de Taranto, na Puglia.
Esta importante aceria, do Grupo Riva, con perto de 14.000 traballadores é considerada unha das dez empresas mais contaminantes da UE.
O empresario Emilio Riva acusou-na de ser a autora intelectual dunha grande pintada que acusaba RIVA ASSASSINO e o xuiz Gastone De Vincentis, sen mais probas, teñe-la condeada a pagar esta monstruosa multa.
Asi mesmo outros camaradas, noutras partes do pais, teñen sido acusados de asociación subversiva por rebelarse xustamente contra a explotación e as medidas reaccionarias do governo, Governo da gran patronal, fondamente anti-popular, que quere eliminar entre outros o ensino e a sanidade publica.
Noso comité fai un enerxico chamado as organizaciones politicas e sindicaes da Galiza a amosar publicamente a sua solidariedade con estes compañeiros e compañeiras represaliados polo reximen da patronal italiana.

Galiza, Nov do 2008

COMITÉ DE LOITA POPULAR "MANOLO BELLO"

lunes, 3 de noviembre de 2008

ITALIA: Carta abierta de solidaridad del CARC



Lettera aperta ai compagni di Proletari Comunisti attaccati dalla repressione
29.10.08

Cari compagni,

vi scriviamo per rinnovarvi tutta la nostra solidarietà di classe per l’attacco repressivo che state subendo insieme ai compagni dello Slai Cobas per il sindacato di classe. In particolare esprimiamo la nostra solidarietà alla compagna Margherita Calderazzi di Taranto accusata da Riva, padrone dell’Ilva, di essere la “mandante” della scritta “Riva assassino” apparsa sui muri della sua fabbrica e per questo condannata a pagare 100.000 euro.
Riva, con l’arroganza tipica della parte più reazionaria e cinica della borghesia, con questo attacco cerca di intimidire tutti i lavoratori e isolare quelli più combattivi, per continuare a portare avanti indisturbato il suo sterminio prodotto in nome del profitto: l’Ilva, infatti, è la fabbrica con più morti, infortuni e malattie professionali d’Italia, fonte inoltre di tumori per tutte le masse popolari della zona.
Hanno completamente ragione i compagni dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto a dire “vogliamo un Tribunale che sancisca la colpevolezza di Riva per omicidio colposo plurimo, per omicidio volontario, per crimini contro la vita dei suoi lavoratori, per crimini contro la salute pubblica, per crimini contro la città!”. Riva infatti è un criminale, un assassino, un nemico delle masse popolari! Bisogna promuovere la più ampia denuncia e mobilitazione per portarlo davanti ad un tribunale e costringere i giudici a farlo rispondere dei suoi reati contro l’umanità e ad adottare le misure di sicurezza necessarie per mettere fine agli infortuni e alle morti sul posto lavoro e non solo.
Con questa nostra lettera, oltre ad esprimervi la nostra solidarietà, ci teniamo a sostenere la linea d’attacco che voi e lo Slai Cobas state portando avanti, la linea del “processo di rottura”: passare da accusati in accusatori, ribaltare i ruoli e chiamare al banco degli imputati i veri colpevoli, i padroni, trasformando questo attaccare repressivo in un contributo alla rinascita del movimento comunista del nostro paese. Questa infatti è la linea vincente! Allo stesso tempo, forti dell’esperienza che abbiamo accumulato nella lotta contro la repressione e in particolare contro l’Ottavo Procedimento Giudiziario per “associazione sovversiva” montato dal “novello Torquemada” Giovagnoli, vi avanziamo una proposta per rafforzare la vostra battaglia, in nome della solidarietà di classe e del dibattito franco e aperto che deve esserci tra comunisti.
Su Repubblica del 26.10.08 è stato reso noto che il ministro Stefania Prestigiacomo, attraverso Bruno Agricola, ha contestato le analisi fatte dall’ARPA sui livelli di diossina prodotti dall’Ilva, definendole non affidabili e incaricando dei tecnici in cui ha fiducia la banda di mafiosi, razzisti, clericali, fascisti e speculatori che governa il nostro paese di condurre nuove analisi sulla fabbrica dell’assassino Riva. Insomma: la questione puzza di marcio e morte, per le masse popolari, già prima di iniziare!
Nichy Vendola ha espresso “preoccupazione” per l’intervento del governo, ma ancora, almeno per quello che sappiamo noi, non sta dando battaglia, utilizzando al meglio gli strumenti che gli mette a disposizione il suo ruolo e, probabilmente, se non “spinto” della mobilitazione popolare e dall’intervento dei comunisti che sono e fanno i comunisti, difficilmente lo farà. Sicuramente, però, continuerà a “preoccuparsi” e a piagnucolare, come tipico della sinistra borghese davanti all’iniziativa della destra reazionaria ed eversiva, non avendo nient’altro di concreto da proporre in alternativa.
Quello che è certo, è che la banda Berlusconi si sta muovendo per coprire le spalle a Riva e permettergli di continuare con il suo sterminio in nome del profitto. Insomma, la banda Berlusconi, in nome della solidarietà di classe, sta intervenendo in difesa di un componente della sua classe, a danno delle masse popolari. Intervento questo in linea con la decisione di aprire in Campania degli inceneritori per far contenta la Camorra e le altre componenti della borghesia che ricavano profitti dagli inceneritori, di costruire una nuova base USA a Vicenza per far contenti gli imperialisti statunitensi, di chiudere gli occhi davanti alle imprese del più grande evasore fiscale del nostro paese: il Vaticano e la sua Chiesa. La lotta di Pianura, Chiaiano, Vincenza e Val Susa dimostrano però che è possibile tener testa a questi attacchi ai diritti delle masse popolari e contrastare i progetti della borghesia. In particolare la lotta di Vicenza dimostra l’efficacia di unire la mobilitazione popolare con l’intervento nelle contraddizioni presenti nel campo borghese.
Perché non utilizzare anche voi a vantaggio della lotta che state conducendo a Taranto contro la repressione, in difesa dei diritti politici e della salute delle masse popolari le contraddizione interne alla classe dominante, per rafforzare la battaglia che state giustamente portando avanti?
Ci permettiamo di avanzare alcune proposte.
Oltre a promuovere la mobilitazione e la solidarietà tra le masse popolari, sarebbe opportuno spingere consiglieri comunali, provinciali, regionali, sindaci, presidenti della provincia e lo stesso Nichy Vendola a prendere posizione contro Riva e contro l’interferenza del governo. Organizzare presidi davanti al comune, al consiglio provinciale e regionale per costringerli a prendere posizione, pretendendo inoltre la parola durante i vari consigli sollevando la questione.
Bisogna intervenire nelle contraddizioni presenti nel campo borghese, per volgerle a nostro favore, per rafforzare la nostra lotta. Non bisogna farsi legare le mani dalle concezioni estremiste, da duri e puri, che non permettono di adottare una tattica veramente offensiva, anche in una situazione di difensiva strategica. L’esperienza insegna che bisogna giocare d’attacco, avere l’iniziativa in mano. Solo attraverso questa linea offensiva, che si articola sia nel campo delle masse popolari (questo è l’aspetto principale) promuovendo la denuncia, la solidarietà e la mobilitazione e anche nel campo della borghesia (aspetto secondario, subordinato al principale e che lo rafforza), promuovendo la presa di posizione, è possibile vincere. Erroneamente voi dite che siamo già nel fascismo. Con questa analisi estremista non vedete che le contraddizioni che presenta l’attuale forma di regime, il regime di controrivoluzione preventiva, sono molte più rispetto a quelle di un regime fascista: nel regime di controrivoluzione preventiva la borghesia cerca di apparire democratica e, quindi, si dota di istituti, come il “teatrino della politica borghese”, in cui le masse popolari possono in una certa misura intervenire, a patto che restino in una posizione di subordinazione ideologica, politica e organizzativa alla borghesia. Nel regime fascista questo non esiste: è un regime terroristico della borghesia, in cui i due campi, quello della classe dominante e quello delle masse popolari, si contrappongono apertamente e la repressione e il terrorismo dello Stato è la principale forma con cui la borghesia esercita il suo intervento su di esse. La destra reazionaria ed eversiva vuol giungere all’instaurazione di un regime dittatoriale e sta muovendo dei passi significativi in questo senso, ma ancora non ha raccolto sufficienti forze e consensi attorno a questo obiettivo (la borghesia imperialista è infatti divisa al suo interno: sia su qual è il modo migliore per tenere sottomesse le masse popolari, sia perché ogni gruppo che la compone aspira a imporre i suoi interessi come “interessi della nazione” rispetto a quelli dei gruppi concorrenti) . Più l’attività dei comunisti, che sono e fanno i comunisti in ogni campo della lotta di classe, sarà efficace, più la classe dominante sarà in difficoltà nel portare avanti questo progetto (e comunque, se la classe dominante riuscirà ad imporlo, le masse popolari saranno allenate, all’altezza della situazione, più pronte a rivolgerglielo contro trasformando la mobilitazione reazionaria in mobilitazione rivoluzionaria) : nel regime di controrivoluzione preventiva, infatti, le masse popolari (o “opinione pubblica” come la chiamano i borghesi) sono il “tallone d’Achille” dalla classe dominate. E’ su questa base che vi lanciamo l’appello ad intervenire anche nelle contraddizioni presenti nel campo borghese, come abbiamo su proposto, per volgerle a vostro favore ed impedire l’unificazione della borghesia intorno ad un’unica linea, sia sull’Ilva, sia sulla vostra repressione.
E’ attraverso questa linea che accumulerete tutte le condizioni per vincere le battaglie contro la repressione e la difesa dei diritti delle masse popolari del territorio, acquistando prestigio e rafforzando l’influenza e l’orientamento comunista tra di esse, ponendo basi solide per far avanzare la rinascita del movimento comunista, per accumulare forze intorno alla lotta per l’emancipazione dei proletari dallo sfruttamento economico, dell’oppressione politica e dall’arretratezza culturale.

Cogliamo l’occasione per lanciarvi l’appello a
- aderire e partecipare al presidio che terremo il 5 novembre ad Ancona davanti al Tribunale (Palazzo di Giustizia, Corso Mazzini, 95, ore 9:00) in occasione dell’udienza preliminare per “diffamazione del PM Paolo Giovagnoli” montata contro di noi dal PM Marco Pucilli su mandato dello stesso Giovagnoli, perché abbiamo osato chiamarlo con i suoi veri nomi: “novello Torquemada” e “giudice dal 270 bis facile”.
- inviare e far inviare fax di protesta al GUP di Ancona (Paola Mureddu, fax: 07.12.07.28. 63) che terrà l’udienza preliminare
- aderire e partecipare al presidio del 13 novembre a Roma, davanti la Cassazione (piazza Cavour ore 9:00), in solidarietà con gli antifascisti dell’11 marzo che quel giorno avranno la loro udienza di Cassazione e contro il duplice ricorso in Cassazione fatto da Giovagnoli e da Marcello Branca, Avvocato Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Bologna, contro il “non luogo a procedere” emesso il 1° luglio dal GUP Rita Zaccariello di Bologna nei confronti dell’inchiesta per “associazione sovversiva” montata da Giovagnoli, su mandato della destra reazionaria, contro il (n)PCI, il Partito dei CARC e l’ASP.

Vi rinnoviamo la nostra solidarietà e sostegno e vi salutiamo a pugno chiuso!
Facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!

domingo, 2 de noviembre de 2008

Celebrando la Revolución de Octubre


Con motivo de un nuevo aniversario de la Gran Revolución Socialista de Octubre traemos un articulo del camarada Dimitrov con motivo del 3º aniversario, en 1920



J. Dimitrov
El tercer aniversario de la Revolución Rusa
Escrito: 1920Primera Edición: En Rabotnicheski Vestnik n. 100, 3 de noviembre 1920Digitalización: AritzFuente: J. Dimitrov, Obras Completas, Editorial del PCB, 1952

Esta Edición: Marxists Internet Archive, año 2001


El 7 de noviembre de 1917 (25 de octubre, estilo antiguo) los obreros y campesinos rusos bajo la dirección del partido de los bolcheviques derribaron al gobierno burgués de coalició,n creado después de la Revolución de Febrero y entregaron todo el poder de la inmensa Rusia, con muchos millones de habitantes, en manos de los Soviets de obreros y campesinos.
Esta fue la primera victoria del proletariado revolucionario internacional sobre el capitalismo y el imperialismo; el comienzo de la revolución mundial.
La gran obra del proletariado ruso fue acogida por los enemigos de la Revolución tanto en Rusia, como en todos los demás países, con ruidosos vaticinios, presagiando que le poder de los Soviets no podría mantenerse más de unas semanas, que se desplomaría ineludiblemente por no poder los obreros y campesinos resolver los problemas extraordinariamente complejos de la vida económica y del Estado en un país tan inmenso como Rusia.
Sin embargo, los imperialistas internacionales y sus instrumentos -desde los conservadores más extremos hasta los socialtraidores más izquierdistas- cosecharon muy pronto grandes desilusiones. El Poder Soviético, a pesar de las enormes dificultades internas y externas, no sólo no iba a su hundimiento, sino que se afianzaba cada día más, emprendiendo audazmente transformaciones radicales y la edificación del régimen comunista en el país.
Entonces se produjeron rabiosos e incesantes ataques militares, por medio de los ejércitos contrarrevolucionarios de Kolchak, Yudenich y Denikin, organizados y financiados por los imperialistas de la Entente y acompañados por un bloqueo económico de la Rusia Soviética, contra el pueblo ruso libre, que había tomado el poder en sus manos.
Los imperialistas se regocijaban y esperaban a cada instante destruir un nido tan peligroso para ellos como lo era la revolución proletaria mundial. Sus agentes y la prensa generosamente pagada por ellos, pregonaban por todo el mundo la próxima desaparición de la Rusia bolchevique de la faz de la tierra.
Comenzaron meses muy duros y críticos para la República Socialista Federativa Soviética de Rusia, meses de privaciones, derramamiento de sangre y sacrificios. Los obreros y campesinos rusos crearon, sin embargo, su glorioso Ejército Rojo revolucionario, jamás visto hasta entonces en el mundo, que combatía con la clara conciencia de que lo hacía no sólo en defensa de su patria socialista contra los rapaces imperialistas, sino también por desbrozar el camino para la completa liberación de toda la humanidad trabajadora. Y este Ejército Rojo barrió y aniquiló definitivamente a las hordas contrarrevolucionarias de Kolchak, Yudenich y Denikin.
Pero cuando, después de esta brillante victoria, la Rusia Soviética transformaba su Ejército Rojo en ejército del trabajo y se preparaba para dedicarse por entero a su reconstrucción interior y a la edificación del nuevo régimen, los imperialistas de la Entente arrojaron sobre las espaldas del pueblo ruso el ejército de la Polonia Feudal bien organizado y equipado por la Entente.
Pero este ataque traidor tramado desde hacía mucho tiempo y preparado cidadosamente, fue rechazado por el Ejército Rojo y terminó no con el hundimiento del régimen soviético, como esperaban los imperialistas, sino con la firma de un tratado entre Polonia y la Rusia Soviética.
El tratado de paz concluido con Polonia permite hoy a la Rusia Soviética ajustar sus cuentas con el último ejército contrarrevolucionario en territorio ruso, el ejército del barón Wrangel, que amenazaba seriamente a la Rusia Meridional y que ya está sintiendo el puño de los valientes obreros y campesinos rusos.
Transcurrieron tres años en constantes luchas sangrientas contra la contrarrevolución del imperialismo.
Hay que resaltar de manera particularmente vigorosa, que todo esto se debe también en gran medida a los sindicatos obreros rusos. Después de la Revolucicón de Octubre (1917) tras de pasar el poder a manos de los Soviets de obreros y campesinos, los sindicatos obreros dejaron de ser organizaciones destinadas a la lucha contra la explotación capitalista, a la cual se le asestó un golpe mortal por la revolución proletaria. Estos se convirtieron en colaboradores activos del poder soviético, y en un firme sostén de la dictadura del proletariado.
Los sindicatos obreros rusos no sólo volcaron todas sus fuerzas en la lucha contra la ruina económica, socializacón de la gran producción, restablecimiento del transporte desorganizado y aumento máximo de la productividad del trabajo, sino que tomaron y siguen tomando una parte muy activa en el aplastamiento de la contrarrevolución, rechazando los ataques de los ejércitos contrarrevolucionarios imperialistas. Millares de ellos cayeron en los campos de batalla y los demás no escatimaron sus esfuerzos por dotar al Ejército Rojo de todo lo necesario para su victoria.
Y hoy, cuando se celebra el tercer aniversario de la gran Revolución rusa, puede decirse sin vacilación alguna que su causa hubiera fracasado, de no contar con la participación admirable de los sindicatos obreros en ella.
Sirviendo con todas sus fuerzas a la causa de la revolución proletaria, los sindicatos rusos no se encerraron, sin embargo, en sus fronteras nacionales. Profundamente impregnados de las ideas del comunismo, se consideraron obligados a colocarse al frente de la lucha por la unidad revolucionaria del movimiento sindical de todos los países, bajo la bandera de la Tercera Internacional Comunista, en nombre de la revolución comunista y de la dictadura del proletariado mundial.
El Consejo Internacional de los Sindicatos, formado por iniciativa de los sindicatos obreros rusos, que representa el principio de la Internacional Sindical Roja, contrariamente a la Federación Sindical amarilla, traidora de Ámsterdam, une diariamente en torno a sí a masas cada vez más extensas de obreros organizados sindicalmente en todos los países. La minoría de la Confederación General del Trabajo de Francia se adhirió no hace mucho a ella y esta minoría se convertirá en un próximo futuro en una inmensa mayoría. Los movimientos obreros revolucionarios de Italia e Inglaterra impulsan rápidamente a los sindicatos hacia la Internacional Sindical Roja. La situación general revolucionaria en toda Europa contribuye a que las organizaciones sindicales de masas abandonen la esfera de influencia de los viejos líderes traidores y de la Federación de Ámsterdam y adherirse al frente revolucionario del proletariado internacional. Las uniones sindicales de los países balcánicos y danubianos se han adherido ya sin reservas al Consejo Internacional de los Sindicatos y conjugan sus esfuerzos en una Federación Sindical Balcánico-Danubiana como parte de la Internacional Sindical Roja.
Sólo en unos meses (julio-octubre) el Consejo Internacional de los Sindicatos de Moscú consiguió agrupar a unos ocho millones de obreros organizados sindicalmente en los diferentes países.
El tercer aniversario de la Revolución proletaria rusa coincide con el proceso de la rápida unificación revolucionaria de las masas obreras en todos los países y presagia el próximo despliegue de la revolución proletaria mundial y el triunfo de la dictadura del proletariado en todo le mundo.
Los proletarios rusos, gracias a su sangre generosamente derramada, abrieron el camino de la liberación de la humanidad trabajadora. Conmemorando su gran obra histórica, los proletarios búlgaros se preparan intensamente para cumplir su deber con dignidad: asegurar la victoria de la revolución comunista en su propio país.

La izquierda en la India: (y 2) hacia la perdida de identidad



La izquierda en India (y II): hacia la pérdida de identidad
Alberto Cruz
CEPRID

India es uno de los pocos países del mundo donde hoy el término “marxista” es sinónimo inequívoco de izquierda. Nada de “nueva izquierda”, ni “socialismo del siglo XXI” ni eufemismos semejantes que tanto éxito están teniendo, sin entrar en consideraciones a cerca de lo que hay detrás de dichas etiquetas, en Europa o en América Latina, por poner un ejemplo. En India todo el mundo sabe que los marxistas son quienes durante años han mantenido en alto la bandera de la política social, de la lucha contra las multinacionales, de la defensa a ultranza del sector público, de la reforma agraria, de la educación gratuita… y se ha hecho desde dos ámbitos totalmente opuestos: el legal, representado básicamente por el Partido Comunista de India y el Partido Comunista de India (marxista), y el armado, encabezado por el Partido Comunista de India (maoísta) y el Partido Comunista Marxista-Leninista Guerra Popular.
La lucha armada está en auge y se desarrolla en 14 de los 28 estados de India, con desigual implantación de la guerrilla pero que se ha convertido ya en un fenómeno de alcance nacional (1) y ello se debe a tres factores: la unificación de las diferentes organizaciones maoístas, la crisis económica y el deterioro en la imagen de la izquierda parlamentaria por sus prácticas políticas en los últimos cuatro años, especialmente tras la represión de un movimiento popular en contra de la instalación de una Zona Económica Especial en la localidad de Nandigram el 14 de marzo de 2007. Ese día 14 campesinos murieron al reprimir la policía su protesta, que se venía realizando, y era un movimiento en ascenso, desde que en diciembre de 2006 el gobierno anunciase la aprobación de la ZEE.
Nandigram está situado en Bengala Occidental, un estado que gobierna el Frente de Izquierda, hegemonizado por el Partido Comunista de India (marxista) desde hace 30 años. En su periódico “Democracia Popular”, el PCI (m) justificó la represión argumentando que habían sido los campesinos quienes habían iniciado los ataques contra los militantes del PCI (m), matando a algunos de ellos, y enfrentado repetidamente a la policía al tiempo que se negaban a aceptar el acuerdo que les proponía el gobierno de Bengala (2). Meses más tarde, en una concentración masiva en el mismo lugar el primer ministro acusó a los maoístas de estar detrás de las movilizaciones campesinas reprimidas de marzo, defendió la ZEE como “los imperativos del desarrollo” y dijo a sus bases que la creación de nuevas industrias no iba a debilitar la agricultura, un terreno en el que el PCI (m) siempre ha estado en la vanguardia de lucha, sino que la iba a consolidar y agrandar (3).
Sin embargo, la represión de Nandigram está comenzando a ser considerada como el principio del fin de la izquierda parlamentaria, tal y como se la conoce hasta ahora. Los dalits, los intocables en el sistema de castas hindú, se han volcado hacia los maoístas; los campesinos pobres también. Hay que recordar que en India cuatro quintas partes de la población viven con poco más de un euro al día. Y por si fuese poco, un importante sector de los intelectuales está reclamando a los maoístas la formación de un nuevo frente, de carácter inequívocamente revolucionario, que rompa con la inercia de una izquierda tradicional que cada vez se ve más envuelta en casos de corrupción y que está asumiendo con una rapidez desmesurada los planteamientos socialdemócratas con tal de conservar el poder. La izquierda india, inequívocamente marxista, que sobrevivió e incluso extendió su influencia tras el derrumbamiento de la Unión Soviética y conservó prácticamente intacto su capital moral e intelectual, ve ahora seriamente dañada su credibilidad.
De la vanguardia…
No siempre ha sido así. El PCI (m) cuenta con una larga tradición de gobierno en varios estados de India, con Bengala Occidental como principal referente. Este estado, de 80 millones de habitantes, cuenta con gobierno comunista desde 1977 –el PCI (m) hegemoniza el Frente de Izquierda, que cuenta con un total de 235 escaños de los 294 con que cuenta la Asamblea de Bengala Occidental, de esos 235 escaños de la coalición 176 están en manos del PCI (m)- y es considerado el estado modelo para la gestión de la izquierda, así como el espejo donde debe mirar la izquierda parlamentaria india.
En él se hizo una reforma agraria por primera vez en India, con redistribución de la tierra ociosa y mayor protección en la tenencia de tierra a los campesinos, se otorgó carta de ciudadanía a los migrantes ilegales de Bangladesh y se fomentó la participación popular a través de unas instituciones conocidas como panchayats que tienen como misión implementar y controlar los problemas de tierras, entre otros. Se ha dado más presencia a los trabajadores, rurales y urbanos, a las mujeres y a los marginados dalits que en cualquier otro estado de India y se ha ido experimentando un crecimiento económico sostenido en el que los pequeños productores han tenido un papel importante, por no decir el más importante.
También ha tenido sus problemas: el paro, cada vez mayor entre la población, el estancamiento en la alfabetización y educación y lo que es más significativo, el aumento de las desigualdades de acceso a la educación según se sea hombre o mujer, se pertenezca a una u otra clase social (aunque habría que hablar más bien de casta) o se sea originario de tal o cual región de Bengala. Ello ha hecho que a pesar de que el apoyo electoral al Frente de Izquierda no haya dejado de crecer hasta 2006, los sectores más politizados de la población se hayan comenzado a fijar en la guerrilla naxalita como referente revolucionario. Junto a Bengala Occidental, el Frente de Izquierda gobierna otros cuatro estados: Kerala, Tripura, Tamil Nadu y Manipur. En los dos primeros, el PCI (m) es la fuerza hegemónica mientras que en los dos últimos está en minoría.
En Kerala (32 millones de habitantes) fue donde por primera vez los comunistas indios formaron gobierno en 1957 y desde entonces han gobernado intermitentemente hasta que en 1996 consiguieron volver a ganar en las elecciones, victoria que se ha venido repitiendo hasta el momento actual, donde cuentan con 61 de los 140 escaños del Frente de Izquierda, que gobierna en mayoría absoluta. Su principal logro es la educación, convirtiendo a este estado en el primero de India en cuanto a los mejores parámetros educacionales, tanto en primaria como en secundaria, de todo el país. Esto, unido a que es el estado indio con menor porcentaje de mortalidad infantil, hace de Kerala prácticamente una isla dentro de India: apenas hay industria, pues los capitalistas abandonaron el estado ante la pujanza de los sindicatos, amparados por el gobierno, y ello ha hecho que Kerala sea hoy el paradigma del igualitarismo social: un salario mínimo decente, un sistema de distribución muy eficiente que surte a las tiendas de toda clase de artículos a precios subvencionados y una reforma agraria que ha distribuido entre un millón y medio de campesinos arrendatarios las propiedades de los terratenientes.
En estos momentos en Kerala se discute sobre las Zonas Económicas Especiales que quiere poner el gobierno central por toda India. El gobierno admitirá “un cierto grado de industrialización”, aunque aún no tiene claro de qué tipo y si será dentro de una ZEE o no. Es más, como si fuese un programa experimental, está permitiendo a las empresas radicadas en el estado, críticas con la “excesiva” lucha sindical y las permanentes reivindicaciones de los trabajadores, importar mano de obra de otros estados y así librarse de esas molestias sindicales. En este estado el PCI (m) está sumido en una importante lucha interna entre quienes son partidarios de una política económica más “abierta y liberal”, como el secretario general Pinarayi Vijayan, y quienes consideran que hay que seguir manteniendo la postura tradicional de apoyo principal a los agricultores, a los sectores populares y, de forma especial, a los adivasis (indígenas) por ser los principales afectados por la industrialización.
El otro estado que gobierna el Frente de Izquierda en mayoría absoluta es Tripura (3’5 millones de habitantes). El PCI (m) cuenta con 46 de los 60 escaños de la coalición. Y en minoría, como se ha dicho antes, participa en el gobierno del Frente de Izquierdas en los estados de Tamil Nadu (65 millones de habitantes), donde cuenta con 9 diputados de un total de 264 que tiene la coalición, y en Manipur (2’5 millones), aunque aquí no tiene representación parlamentaria.
… a la pérdida de identidad
La izquierda india ha vivido en la cresta de la ola durante mucho tiempo. Tanto que se convirtió en imprescindible cuando, en las elecciones de 2004, logró su mejor resultado electoral en toda la historia de India, con 60 escaños en la Lok Sabha (Cámara del Pueblo) –de ellos 44 fueron conseguidos por el PCI (m) y 10 por el Partido Comunista de India- y ello le sirvió para negociar con la Alianza Progresista Unida, formada por tres partidos centristas liderados por el Congreso Nacional de la India (que cuenta con 145 escaños de un total de 182 logrados por la coalición), un programa mínimo que permitió a la APU formar gobierno recibiendo el apoyo desde fuera, es decir, sin representación alguna en el gobierno, del Frente de Izquierda.
Ese programa mínimo no era revolucionario, pero estableció una amplia agenda socialdemócrata: aumento del gasto público para atención a la población rural pobre, potenciación del papel de la mujer, aprobación de una ley de bosques, abolición del trabajo infantil, derogación de la ley antiterrorista y elaboración de otra más garantista, etc. Al mismo tiempo, al apoyar al gobierno desde fuera el Frente de Izquierda pudo bloquear la privatización de las empresas más rentables del sector público, telecomunicaciones, aviación civil y la entrada del capital financiero especulativo en los planes de pensiones, por poner un ejemplo.
En la política exterior, el Frente de Izquierda aceptó la postura de la UPA de mejorar la relación con EEUU “siempre que se mantuviese la independencia de India en todas las cuestiones regionales y mundiales”, lo que permitió que India no enviase tropas al Irak ocupado en 2003, como le pidió EEUU, y se acordase la construcción de un oleoducto gasístico con Irán a través de Pakistán. Sin embargo, a raíz de Nandigram el gobierno central indio ha sabido a aprovechar la pérdida de credibilidad de la izquierda parlamentaria para zafarse del programa mínimo y lanzar una ofensiva neoliberal tanto en el plano interno como en el externo.
En el primero la historia venía de antes y es lo que desencadena Nandigram: la creación de 339 Zonas Económicas Especiales que, gracias a las desgravaciones fiscales que hacen que las empresas no paguen ningún impuesto, gozan de ventajas fiscales y económicas para favorecer la productividad y donde se puede eludir la legislación normal del país en materia laboral, sindical y ambiental con el objetivo de atraer inversores locales y extranjeros. En estos momentos en India hay ya 40 ZEE en funcionamiento y la izquierda parlamentaria está claramente a la defensiva en este terreno o, como en el caso de Bengala Occidental, hablando de “los imperativos del desarrollo”.
En lo segundo, la historia también venía de antes, del año 2005 para ser exactos. Ese año el gobierno central indio firmó un Acuerdo Marco de Defensa con EEUU en virtud del cual ambos países pasaban a ser aliados estratégicos y se enfrentaban directamente a China, realizando maniobras militares conjuntas, especialmente navales, en las cercanías de las vías marítimas que suelen utilizar los chinos. Si bien el Frente de Izquierda se opuso a este acuerdo, no se planteó en ningún momento derrocar al gobierno puesto que sólo llevaba un año en el poder y, simplemente, optó por dejar hacer. De esos polvos se ha llegado al lodo de la aprobación del acuerdo nuclear con EEUU, impulsado por el gobierno de la APU aprovechando el desconcierto de amplios sectores de la izquierda, especialmente entre los intelectuales, a raíz de Nandigram.
No es extraño, por lo tanto, que el PCI (m) dedique gran parte e su producción teórica en los últimos tiempos a criticar a los intelectuales que criticaron, a su vez, al partido cuando Nandigram. “El fenómeno de varios intelectuales que hasta ayer estaban con la izquierda contra el fascismo comunal y ahora se han vuelto contra el partido requiere un análisis serio”, dice el principal órgano de los comunistas bengalíes (4). Y lo hace con un argumento que en occidente es familiar: acusa “a la mayoría” de esos intelectuales de ser anti-izquierda organizada, “especialmente anticomunista y, en particular anti PCI (m)”, de formar parte de “las filas de simpatizantes naxalitas” y de ser “populistas”, entre otras cosas.
Nandigram marca un antes y un después para la izquierda parlamentaria india. Ya nada será igual. Por una parte, porque la base tradicional de los comunistas indios está mirando cada vez con mayor simpatía hacia los naxalitas; por otra, porque la intelectualidad india aboga abiertamente por la creación de un nuevo frente de izquierda revolucionario que estaría liderado por los naxalitas. Y si hay que hacer caso de las encuestas, no se avecinan buenos tiempos para la izquierda parlamentaria india puesto que de los 60 escaños actuales pasarían a entre 39 y 43 en las elecciones generales de mayo del año que viene. Tal vez por esta razón, el Frente de Izquierda está dando un impulso a su presencia pública, bien anunciando una serie de movilizaciones contra la presencia de barcos estadounidenses en aguas indias para la realización de otras maniobras navales conjuntas, bien apoyando desde los gobiernos que controla (Bengala, Tripura y Kerala decretaron un paro general el 20 de agosto en solidaridad los trabajadores) las reivindicaciones, principalmente de los trabajadores del sector público, que vienen realizando huelgas en contra de las políticas neoliberales del gobierno y del alza de precios, o bien criticando al gobierno central por su desprecio al parlamento (en lo que va de año la Lok Sabha re ha reunido sólo 35 días) al negarse a convocar la cámara para discutir una moción de confianza tras la aprobación del acuerdo nuclear con EEUU el pasado mes de julio.
Al mismo tiempo, el Frente de Izquierda está abierto a la discusión con otras formaciones políticas para crear una “tercera fuerza política” capaz de competir por el poder con los centristas de la APU y con los derechistas del Bharatiya Janata (138 escaños) que les permita si no formar gobierno, sí al menos negociar de igual a igual con quien resulte vencedor de las elecciones.
El Comité Central del PCI (m), reunido el pasado 12 de octubre en Kolkata (la antigua Calcuta, capital de Bengala Occidental) decidió adoptar una plataforma electoral “amplia” con el objetivo principal de derrotar a la APU por su “alianza estratégica con los EEUU y la aprobación de políticas económicas antipopulares” y al BJ por ser un partido reaccionario. Para ello, está dispuesto a ampliar el Frente de Izquierda con otros partidos de corte regionalista y étnico (5). De forma especial, el Frente de Izquierda plantea un acercamiento al Partido de la Sociedad Mayoritaria, una formación que comenzó como un partido de los dalit y que no ha tenido escrúpulos a la hora de aliarse con la APU o con el BJ cuando lo ha estimado conveniente.
“La historia no se mueve a ritmo de la justicia”, dicen los impulsores de esta estrategia cuando se les critica el hecho de que esta alianza va a suponer una rebaja de los principios programáticos de la izquierda, y añaden que se trata de encontrar una nueva forma de trabajar con estos partidos para forjar “una sociedad unida” en torno a una plataforma de principios porque, el caso contrario, “sería suicida mantener una postura sectaria” en aquellas zonas de India donde las organizaciones de izquierda son débiles. Las elecciones de mayo de 2009 pondrán de manifiesto la eficacia de esta “tercera fuerza” y si este tipo de maniobras sirven para la creación de una nueva dinámica política en India al margen, o enfrente, de los partidos tradicionales. Los naxalitas se beneficiarán, en cualquier caso, tanto del éxito de esta fórmula como de su fracaso.

Notas:
(1) Alberto Cruz, “La izquierda en India (I): la revolución naxalita” http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article278
(2) Declaración del ministro principal, Buddhadeb Bhattacharya, en la Asamblea de Bengala Occidental el 15 de marzo de 2007.
(3) Democracia Popular, 30 de diciembre de 2007.
(4) Ganashakti, 17 de octubre de 2008.
(5) Resoluciones del Comité Central del PCI (m), 14 de octubre de 2008.

Alberto Cruz es periodista, politólogo y escritor especializado en Relaciones Internacionales.