martes, 15 de noviembre de 2016

ITALIA: ANTI/TRUMP - speciale 'proletari comunisti' - 1 -

 
 ANTI/TRUMP - speciale 'proletari comunisti' - 1 -
                                                                  
Stando alle prime dichiarazioni del neo presidente Usa, la 'tragedia americana', così giustamente definita da molti commentatori e naturalmente dall'ampia opposizione democratica americana, ha tutte le premesse per trasformarsi in farsa.
La prima intervista di Trump è infatti tragica nei toni ma ridicola nei fatti. 
La minaccia di espellere milioni di immigrati, di montare chilometri e chilometri di muri con il Messico, intanto si è molto ridimensionata: i famosi 11 milioni da cacciare sono diventati 6, poi 3, e con i criteri che lui stesso fissa: pregiudicati, trafficanti di droga.. possono essere nei fatti molto meno.
Trump coniuga infatti  uno stile da campagna elettorale permanente con una prassi da uomini d'affari.
Ma è evidente che anche sul fronte immigrazione che porta montagne di voti, tra il dire e il fare ci passa il mare; il mare della miseria generata dal dominio imperialista che rovescia all'interno di esso centinaia di milioni di migranti. 
Così il famoso muro, sembra più un opera edilizia che il “muro di Berlino” antimmigrati annunciato, Trump dichiara che lui stesso è in grado di costruirlo dato che di costruzioni se ne intende. Poi in parte questo muro diventa una recinzione, che peraltro già c'è, e che la storia quotidiana dell'immigrazione dal Messico, raccontata anche da molti film, illustra. Figuriamoci poi se un muro può fermare l'immigrazione... Fermare l'immigrazione dal Messico è una 'missione impossibile', e tutti sanno che significherebbe costruire ai confini degli USA un Messico in preda a a tensioni e convulsioni rivoluzionarie e a disastri.
E ben presto gli imperialisti yankee sarebbero costretti loro a scavalcare il muro per stabilire legge, ordine e dominio imperialista ai propri confini.

I demagoghi fascisti alla maniera di Trump possono vincere anche le elezioni miliardarie degli USA, ma non hanno nessuna chance di fondare sui propri desideri e sulle proprie avventurose parole, il dominio reale che resta innanzitutto economico e che ha il suo fondamento di tenuta nella forza militare.
Sotto questo punto di vista, Trump è una “tigre di carta”. 
E' importante cogliere questo dato, perchè non si crei nelle masse, che evidentemente si oppongono negli Usa e nel mondo, un senso di disperazione, di fine della storia.
Vanno colti i dati reali del significato della vittoria di Trump per opporsi ad esso.
La forza di Trump è la forza di tutti i presidenti americani, il dominio dell'apparato militare, sia quello dell'esercito imperialista che insanguina il mondo, sia quello interno, rappresentato dalla polizia assassina, - abbiamo avuto anche la discesa in campo diretta dell'FBI per la sua vittoria..un ago della bilancia elettorale fortementente condizionato dall'inchiesta truccatata e pilotata dell'FBI delle ultime settimane.
A questa forza, in queste elezioni si sono aggiunte le truppe di complemento della società civile che negli Usa sono state sempre presenti – e non parliamo solo del Ku-Klux-Klan, ma di tutte le componenti paramilitari le associazioni, lobby, organizzazioni, che negli Usa sono state sempre una sorta di “Stato nello Stato”, occulte sì, ma radicate in diverse porzioni degli Stati americani.
Questo esercito civile 'occulto' è stato scoperchiato dalla candidatura Trump come un uovo di serpente, è stato legittimato dalla sua campagna elettorale, e ora ha un saldo aggancio e postazione nei vertici massimi dello Stato imperialista.
La fusione tra lo Stato di polizia permanente dell'imperialismo Yankee con le truppe di complemento della società civile la novità delle elezioni di Trump, il fascismo americano, la feccia della popolazione di uno Stato imperialista, che ha una storia lunga in questo paese e che ha il suo cemento fondamentale nel razzismo ma anche nel culto della proprietà privata, della famiglia da difendere sopra tutto e delle armi 'proprie'.
In questo senso l'elezione di Trump è la peggiore della storia recente degli Usa. 
Siamo effettivamente oltre Reagan, siamo al compimento di quel filo nero di candidati, fascio imperialisti, che c'erano stati nelle altre elezioni ma che nella maggior parte dei casi, non avevano superato le primarie e in altri casi avevano fatto da terzo incomodo, o meglio da “terzo comodo” per le vittorie dei democratici.
Il fascio imperialismo di Trump emerge come esito della crisi - effetto e non causa, è stato scritto giustamente, della profonda crisi economica, esito degli effetti delle guerre imperialiste che tornano a casa, delle pulsioni di ribellione che sono esplose nelle rivolte afroamericane.
Questi fattori hanno logorato il vasto cerchio magico delle elites dominanti intorno ad Obama e intorno alle famiglie alla Clinton.
Dentro la società americana Trump ha dato voce all'odio nei confronti di questo status dominante, un odio trasversale che non rientra nei canoni rappresentati dalle elites democratiche e dai loro cantori nel mondo: per loro le donne avrebbero votato la Clinton, gli afroamericanbi avrebbero votato la Clinton, le minoranze nazionali avrebbero votato la Clinton, i giovani..., il mondo della cultura e degli artisti, gli operai sindacalizzati, il bel mondo della finanza e degli affari... 
Secondo questa autorappresentazione dell'America che si è autocelebrata con Obama e la campagna elettorale della Clinton, per Trump non avrebbe votato nessuno. Ma la democrazia americana è democrazia imperialista. Gran parte delle masse povere non vota, non votava neanche prima, gran parte delle masse e ceti impoveriti che hanno perso colpi dentro la crisi dell'imperialismo Usa, si sono rese  masse di manovra della demagogia fascio-imperialista. In Italia potremmo essere esperti di questo tipo di fenomeno.

Le elezioni di Trump quindi non possono essere prese sul serio per le roboanti parole che Trump dice, ma per il cristallizzarsi in forme inedite del fascio-imperialismo a 360°.
Il terrore reale che vena la società americana  ora al potere con queste elezioni è la sfida da fronteggiare da parte di tutti coloro che vogliono costruire intanto una vera opposizione.
continua

lunes, 14 de noviembre de 2016

NEPAL: Gran seguimiento de la huelga general convocada por el PCN-Maoísta.



correovermello-noticias
Kathmandu, 14.11.16
Reportes de la prensa  nepalí dan cuenta de un gran seguimiento del Nepal Banda (huelga general) convocado por el Partido Comunista de Nepal -Maoísta que dirige el camarada Biplab, para exigir la seguridad alimentaria y la bajada de los precios de los alimentos básicos al gobierno que preside el renegado Prachanda.
Se informa de numerosos incidentes y detenciones de cuadros maoístas en diversas partes del país.
Los huelguistas incendiaron vehículos y fábricas en Surkhet, Sindhuli, Dolakha, Dhankuta, entre otros distritos. Los manifestantes obligaron a cerrar negocios y el transporte. No se registraron incidentes importantes en los distritos del valle de Kathmandú, Bhaktapur y Lalitpur.
Mercados, comercios, escuelas y servicio de transporte  permanecieron cerrados en todo el país durante todo el día. La policía arrestó a más de 295 cuadros movilizados para hacer cumplir la huelga en diversos distritos, entre los mismos se encuentran 28 mujeres. Fueron desplegados miles de efectivos policiales en las calles Capital, informa The Kathmandu Post.
Hoy lunes, en un estraño incidente cerca de la presa del río Lalbakaiya, distrito de Rautahat,  una persona resulto muerta y un policía herido durante un ataque a una patrulla policial por personas armadas no identificadas. La policía afirma haber capturado un fusil de asalto, una pistola automática y un revolver casero.
 


INDIA: Oppose State terror Against Kashmir people: Press Statement by CPI(Maoist) / Declaración del PCI (maoísta) condena la represión contra el pueblo de Cachemira


Publicado en thenextfront.com

Demand a stop to the war-mongering, chauvinism and aggression by the expansionist Hindu-fascist Modi regime against Pakistan!Oppose state terror against the Kashmiri people! Support the just struggle of the Kashmiri nation for Azadi!

The pre-dawn attack of 18 September on an Indian Army base at Uri in Jammu and Kashmir left 17 army jawans dead and at least 20 injured, two of whom died later. This is the single biggest loss suffered by the Indian Army in Kashmir in the recent years. Following this, a relentless anti-Pakistan jingoistic chorus was drummed-up by all ruling-class parties led by the Hindutva fascist BJP/Sangh Parivar as an expression of virulent Indian expansionism. Opposition parties vied with one another to look more ‘nationalist’ than the rest in making anti-Pakistan statements and demanding ‘decisive action’. Allegations against Modi government for its purported failure to take “tough action” and “teach Pakistan a lesson” from the opposition and the corporate media came thick and fast. Modi government and the RSS, however, needed no prompting to unleash a barrage of tirade targeting Pakistan in the wake of the Uri attack, terming it a “sponsor of terrorism”, “a terrorist state”, “epicentre of global terrorism” and what not.

Amidst the growing cacophony of big-nation chauvinism by the Indian ruling classes and a similar jingoistic response by the rulers of Pakistan, an Indian Army spokesperson (DGMO, J&K) declared in a press conference in New Delhi that the Army successfully carried out “surgical strike” across the Line of Control (LoC) on 28 September. It claimed to have destroyed “terror infrastructure” such as “terrorist launch-pads” and gunned down several “terrorists”. Only a few days before this, the army had made the questionable claim of shooting down around ten ‘terrorists’ who were allegedly trying to cross the LoC, but could furnished no evidence to back up its claim. In case of the so-called ‘surgical strike’ too, serious questions have been raised about the veracity of the claim from various quarters domestically and internationally. Journalists who have visited the LoC on PoK side and talked to the local residents could not find any evidence of any ‘surgical strike’ by the Indian armed forces. The pressure on the Indian government is now growing to furnish credible evidence of it – a demand it has stubbornly refused so far.

Indeed, the manner in which the government went about advertising the ‘surgical strike’ and later stonewalled the call for concrete evidence provide enough grounds to question the claim. This ‘surgical strike’ has much similarity with the modus-operandi of the Modi government after the Indian Army suffered a large number of casualties in an attack SS Khaplang-led NSCN in Manipur last year. Then too, it publicly claimed that the Army had carried out a strike inside Myanmar in ‘hot pursuit’ of Naga guerrillas and killed several of them, a claim which remains unsubstantiated and was firmly rebutted by that organisation and the Myanmar government. The recent claim of ‘surgical strike’ too appears to be motivated more by political reasons than military requirements. It is mainly aimed at assuaging the domestic Hindutva constituency of BJP/Sangh Parivar and put the opposition parties on the defensive. But the very act of making such claims amply demonstrates that while remaining extremely touchy about the “unity and integrity” of “Bharat Mata”, Modi government has no compunctions in violating the sovereignty and territorial integrity of other countries and nations including our neighbours, if it is in the interest of the ruling classes and their imperialist masters, particularly US imperialism. In fact, aggression and military intervention against our neighbours has always been the policy of the expansionist Indian rulers and remains an integral part of the Brahmanical Hindu fascist agenda of establishing an integrated ‘Hindu Rashtra’ in South Asia. BJP spokespersons have announced in the past that the party is committed to establish ‘Akhand Bharat’ through peaceful means. It is this expansionist policy of the Indian ruling classes that is responsible for pushing the country into the brink of the present crisis.

But even if the question whether or not the ‘surgical strike’ actually took place is set aside, it can be said with some certainly that the decision to make this claim publicly was taken by Modi government with the objective of salvaging its tattered image after the bankruptcy of its Kashmir policy got thoroughly exposed domestically and internationally. Unable to respond to the ongoing historic and unprecedented mass upsurge of Kashmir in any other way than by military force (which has taken the lives of nearly a hundred Kashmiris and injured more than 20,000 so far), Modi government desperately needed a pretext to divert the world’s attention from the atrocities committed by the Indian occupation forces in Kashmir. The government wanted to change its image of the perpetrator of state terrorism in Kashmir to a victim of “state-sponsored cross-border terrorism”. It has found such a pretext In the Uri attack,.

On the other hand, it was looking for an opportunity to channelise the growing discontent of the masses of the country harmlessly towards a foreign ‘enemy’. The Sangh Parvar and BJP have been working in a planned manner since the last parliamentary elections to win over the Backward Castes and the Dalits to its side in order to consolidate its social base and to minimise the resistance to its reactionary anti-people steps. Using the state machinery, Modi-led BJP has introduced several programmes for workers, peasants, BCs, Dalits, Adivasis, women and the poorest of the poor with much fanfare. But ‘Modinomics’ has utterly failed to assuage the growing social crises and the resulting discontent. It has completely failed to bring any ‘acche din’ to the vast majority of the country’s people. ‘Acche din’ has remained the privilege of only the imperialists and a miniscule minority of the populace – big capitalists, big landlords, ruling-class politicians, top bureaucrats and government functionaries, etc. During more than two years of rule, Modi government has proved its utter inability to resolve any of the burning economic, political and social issues of the masses and to address their discontent. This discontent is getting expressed through various mass movements by workers, peasants, BCs, Dalits, Adivasis, students, employees, religious minorities and oppressed nationalities, etc., among which the present upsurge in Kashmir is the most militant and extensive one.

Another factor behind the aggressive posturing of the Modi government towards Pakistan is the upcoming assembly elections. Most important for BJP is the UP elections, followed by states like Punjab and Gujarat where the fate of its governments/alliance-governments are at stake. The stakes have become even higher after its abject failure in the recently concluded assembly elections in Bengal, Keralam, Tamil Nadu and Puducherry (it could achieve a consolation win only in Asom mainly due to the 15 years of Congress misrule). BJP/Sangh Parivar is therefore desperately drumming up anti-Pakistan pseudo-nationalist rhetoric to serve its own vested interests before the elections.

Modi government has thus used the Uri attack mainly to serve these objectives. Its response to Uri attack along with its diplomatic efforts to ‘isolate’ Pakistan internationally is in conformity with the same integrated policy of the Indian ruling classes – national oppression towards Kashmir and expansionism towards the neighbouring countries. Though this policy has been pursued by each and every government since 1947, it has found a more vicious, cruel and brazen expression during the present NDA government at the hands of Brahmanical Hindu fascist BJP. Not surprisingly, all the parliamentary parties including the revisionist CPI(M) and CPI are speaking in a voice similar to BJP and are standing behind the communal fascist Modi-Amit Shah-Mohan Bhagavat-Rajnath-Parikkar gang, as they all represent the same Indian ruling-class interests.

Not remaining content with the claim of ‘surgical strike’, Modi government has followed it up with a virulent chorus of big nation-chauvinism and is trying to build up war hysteria in the country. It has created an atmosphere of war by deploying additional army and paramilitary forces at the border, beginning cross-border firing and bombardment, ordering the residents of the international border to vacate their homes, issuing ‘high alert’ in the bordering states and acting on dubious claims of the ‘sighting’ of ‘terrorists’ in Mumbai, etc. It has scuttled the SAARC summit by putting pressure on a number of South Asian countries, threatened to downgrade the economic and diplomatic ties and to abrogate the long-standing water-sharing treaty with Pakistan, and are taking similar other steps. At the same time, Modi government has intensified diplomatic efforts to gain international support for its occupation and repression in Kashmir, for its aggression towards Pakistan in the name of ‘global war on terror’ and for ‘isolating’ it internationally by primarily lobbying with the US government.

The Pakistani government led by Nawaz Sharif, on the other hand, has stepped up its anti-India rhetoric and jingoism mainly as a response to the prevailing domestic situation in that country. The Pakistani ruling classes are facing mass anger due to the deepening economic-political crises and intensifying social contradictions in the country. The pro-imperialist economic and strategic policies pursued by Nawaz Sharif government, the ongoing military operations against national minorities and Islamic forces, its reluctance in supporting the Kashmir liberation movement in the past, etc., are resulting in serious unrest among the masses of Pakistan. In this backdrop, the main ruling-class parties of the country which hardly come together on any issue, have got united to give India a “fitting reply” and are urging the masses to unite behind the government. Pakistan has also heightened its military preparedness and is using national-chauvinist language to build up a war atmosphere.

While Pakistani rulers are highlighting the Kashmir issue, pledging all support to it and are raising India’s oppressive role in international platforms, the Indian rulers, in a bid to outdo their opponent, have started to raise the issue of Balochistan’s national liberation movement. Ruling classes of each country are claiming their support for the national liberation movements of the opponent, while at the same time subjugating the oppressed nationalities and crushing the just national liberation movements within their own boundaries. This clearly shows the opportunism and bankruptcy of the ruling classes of both the countries. They are raising the issue of national oppression and right to self-determination of oppressed nationalities only to serve their own class interests and of the imperialist powers and not out of true solidarity with the struggling nations and peoples. The ruling classes of Pakistan or India are not, and can never be, the genuine, trusted and reliable allies of the people of Kashmir or Balochistan in their fight for national liberation.

At the root of this stand-off between the ruling classes of India and Pakistan over Kashmir lies the clash of their economic and strategic interests. As compradors to imperialism, they also represent the interests of different imperialist powers backing them. The US, Britain and EU have much at stake economically and militarily in both the South Asian countries. India is an extremely important market for US imperialism particularly at a time when it is reeling under a severe economic and financial crisis. So is the necessity to open up the Indian economy further for unrestrained neo-colonial plunder and exploitation by strengthening its stranglehold over India. Moreover, it considers India as an important outpost to contain the growing influence of its rivals Russia and China in Asia and China in Asia-Pacific region, particularly when Pakistan’s economic-diplomatic-military ties with China and Russia is deepening.

In the context of the growing worldwide imperialist contention between the US and its allies on the one hand and Russia, China and Iran on the other (manifesting most glaringly at present in the contention for Syria and Ukraine), the US wants India to be firmly on its side. Russia’s close relations with some former Soviet republics of Central Asia and China’s growing economic ties with them is another cause of concern for the US. The Indian government is also an important US ally in its ‘global war on terror’. The US and its imperialist allies are therefore encouraging and utilising the big-power ambition of the Indian ruling classes and satisfying it to a limited extent to ensure closer integration of the Indian economy with the imperialist world market.

At the same time, however, the US also wants Pakistan to be with it for defending its economic and strategic interests in South, Central and West Asia, for its Afghan War and to counter Russia and China. Hence, it is not likely that the US and its allies will concede to Indian government’s demand of isolating Pakistan internationally and stopping the economic, diplomatic and military ‘aid/assistance’ to it. Indian government’s efforts to isolate Pakistan internationally to make it yield and compel it to stop supporting the Kashmir movement will not work. The strategic support of the imperialist powers to their Indian and Pakistan compradors will remain relatively unaltered in the short term, though the extent and level of this support may undergo some tactical shifts according to the changes in the international politics and balance of forces. Since behind the clash of interests between the comprador rulers of the two countries lie the contention between the imperialist powers, the tension and mutual acrimony between the two countries will continue and may even intensify with the intensification of the fundamental contradictions of the world.

Given this context, it is quite clear that till the time the Indian ruling classes persist in suppressing the birthright of the Kashmiri people, continue their communal fascist policies towards the Muslims and maintain their interference in the internal affairs of the South Asian countries, particularly Pakistan, it is not possible for them to stop attacks like Uri. Nor is it possible for the Pakistani ruling classes to stop the oppressed peoples and nations from carrying out militant resistance against subjugation and oppression. As long as the comprador ruling classes of the two countries continue to yield to the strategic and economic interests of imperialism, they will never be able to restrain the people from rebellion, armed or unarmed.

The CC, CPI(Maoist) appeals to the people of India to see through the national-chauvinist machinations of the Indian ruling classes being articulated through the Modi government and the parliamentary parties against Pakistan. The people of India and Pakistan have nothing to gain from a military escalation or war between the two countries, but have much to lose due to it. The huge financial burden of large-scale military mobilization at the border will have to be borne by the people of the two countries depending on the intensity and extent of this deployment. We therefore call upon the people to oppose any kind of expansionist intervention by the Indian government against PoK and Pakistan, be it through ‘surgical strikes’, military aggression and economic or diplomatic means. The CC reiterates its unequivocal support to the Kashmiri people’s right to self-determination including secession from India and urges the people of India to resolutely defend this right of the fighting Kashmiri people. Let us declare to the people of Kashmir, “You are not alone!” Oppose the Indian occupation of Kashmir and continued state terrorism by the Indian armed forces! Support the struggle of the Kashmiri nation forAzadi! Demand a stop to the war-mongering, chauvinism and aggression against Pakistan by the Indian government led by the Hindutva fascists to further Indian expansionism! Demand a stop to the threats and intimidation of Pakistani artists and citizens in India! ‘No’ to any type of war with Pakistan!

October 2, 2016 Abhay

Spokesperson

CPI(Maoist), Central Committee

V. I. LENIN: LA REVOLUCION PROLETARIA Y EL RENEGADO KAUTSKY (4ª parte)



QUE NO OSEN LOS SOVIETS CONVERTIRSE
EN ORGANIZACIONES ESTATALES

Los Soviets son la forma rusa de la dictadura del proletariado. Si el teórico marxista que escribe un trabajo sobre la dictadura del proletariado hubiera estudiado de veras este fenómeno (en lugar de repetir las lamentaciones pequeñoburguesas contra la dictadura, como hace Kautsky, cantando las melodías mencheviques), habría comenzado por dar una definición general de la dictadura, y después habría examinado su forma particular, nacional, los Soviets, criticándolos como una de las formas de la dictadura del proletariado.

Claro que nada serio puede esperarse de Kautsky después de su "interpretación" liberal de la doctrina de Marx sobre la dictadura. Pero es curioso en el más alto grado ver cómo aborda el problema de los Soviets y cómo lo resuelve.

Los Soviets, escribe, recordando su aparición en 1905, crearon "una forma de organización proletaria que era la más universal (umfassendste ) de todas, porque comprendía a todos los obreros asalariados" (pág. 31). En 1905 los Soviets

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no eran más que corporaciones locales; en 1917, se han convertido en una organización que se extiende a toda Rusia.

"Ya ahora -- prosigue Kautsky -- tiene la organización soviética una historia grande y gloriosa. La que le está reservada es aún más grande, y no sólo en Rusia. En todas partes se observa que, contra las gigantescas fuerzas de que dispone el capital financiero en sentido económico y político, son insuficientes" (versagen : esta palabra alemana dice algo más que "insuficientes" y algo menos que "impotentes") "los antiguos métodos del proletariado en su lucha politica y económica. No puede prescindirse de ellos; siguen siendo indispensables para tiempos normales, pero de cuando en cuando se les plantean problemas para cuya solución son impotentes, problemas en que el éxito se cifra tan sólo en la unión de todos los instrumentos de fuerza políticos y económicos de la clase obrera" (32).

Sigue una disquisición en torno a la huelga de masas, después de lo cual afirma que "la burocracia de los sindicatos", tan necesaria como los sindicatos mismos, "no es apta para dirigir las gigantescas batallas de las masas que son cada vez más características de nuestros tiempos". . .

. . ."Así, pues -- concluye Kautsky --, la organización soviética es uno de los fenómenos más importantes de nuestra época. Promete adquirir una importancia decisiva en los grandes combates decisivos que se avecinan entre el capital y el trabajo.
Pero ¿podemos exigir más a los Soviets? Los bolcheviques, que después de la revolución de noviembre (según el nuevo calendario, es decir, de octubre, según nuestro calendario) de 1917, juntamente con los socialistas revolucionarios de izquierda, conquistaron la mayoría en los Soviets de Diputados Obreros rusos, después de la disolución de la Asamblea Constituyente han convertido el Soviet, que hasta entonces había sido organización de combate de una clase en una organización estatal. Han suprimido la democracia, que el pueblo ruso había conquistado en la revolución de marzo (según el nuevo calendario, de febrero, según nuestro calendario). Consecuentemente, los bolcheviques han dejado de llamarse socialdemócratas. Se llaman comunistas" (pág. 33; la cursiva es de Kautsky).

Quien conozca la literatura menchevique rusa habrá observado en seguida que Kautsky copia servilmente a Mártov,

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Axelrod, Stein y compañía. "Servilmente" es la palabra, porque ha desnaturalizado los hechos hasta un punto grotesco en provecho de los prejuicios mencheviques. Por ejemplo, no se ha tomado la molestia de preguntar a sus informadores, al Stein de Berlín o al Axelrod de Estocolmo, acerca del momento en que se planteó el cambio de nombre de los bolcheviques en comunistas y lo relativo al papel de los Soviets como organizaciones estatales. Sencillamente con haber solicitado estos datos, no habría escrito Kautsky unas líneas que mueven a risa, porque ambos asuntos los plantearon los bolcheviques en abril de 1917, por ejemplo, en mis "tesis" del 4 de abril de 1917, es decir, mucho tiempo antes de la Revolución de Octubre de 1917 (por no hablar ya de la disolución de la Constituyente el 5 de enero de 1918).

Pero el razonamiento de Kautsky, que he reproducido por entero, es el quid de todo el problema de los Soviets. El quid está en saber si los Soviets deben tender a convertirse en organizaciones de Estado (los bolcheviques lanzaron en abril de 1917 la consigna de "¡Todo el Poder a los Soviets!" y en la Conferencia del Partido Bolchevique del mismo mes de abril de 1917 declararon que no les satisfacía una república parlamentaria burguesa, sino que reivindicaban una república de obreros y campesinos del tipo de la Comuna o del tipo de los Soviets); o bien los Soviets no han de seguir esa tendencia, no han de tomar el Poder, no han de convertirse en organizaciones de Estado, sino que deben seguir siendo "organizaciones de combate" de una "clase" (según dijo Mártov, adecentando con estos inocentes deseos el hecho de que, bajo la dirección menchevique, los Soviets eran un instrumento de subordinación de los obreros a la burguesía ).

Kautsky repite servilmente las palabras de Mártov, tomando fragmentos de la controversia teórica de los bolche-

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viques con los mencheviques y proyectando estos fragmentos, sin crítica ni razón, sobre el terreno teórico general, sobre el terreno europeo. El resultado es un embrollo capaz de provocar una risa homérica en todo obrero ruso consciente que llegase a conocer el citado razonamiento de Kautsky.

Con la misma risa acogerán a Kautsky todos los obreros europeos (a excepción de un puñado de empedernidos socialimperialistas) cuando les expliquemos de qué se trata.

Llevando al absurdo, con extraordinaria evidencia, el error de Mártov, Kautsky le ha prestado el servicio del oso de la fábula. En efecto, veamos lo que le resulta a Kautsky.

Los Soviets comprenden a todos los obreros asalariados. Contra el capital financiero son insuficientes los antiguos métodos del proletariado en su lucha política y económica. Los Soviets están llamados a cumplir un papel importantísimo y no sólo en Rusia. Cumplirán un papel decisivo en las grandes batallas decisivas entre el capital y el trabajo en Europa. Esto es lo que dice Kautsky.

Muy bien. ¿No deciden "las batallas decisivas entre el capital y el trabajo" cuál de esas dos clases se adueñará del Poder del Estado?

Nada de eso. Guárdenos Dios.

En las batallas "decisivas", los Soviets, que comprenden a todos los obreros asalariados, ¡no deben convertirse en una organización de Estado!

Pero ¿qué es el Estado?

El Estado no es sino una máquina para la opresión de una clase por otra.

Por tanto, la clase oprimida, la vanguardia de todos los trabajadores y de todos los explotados en la sociedad actual, debe lanzarse a "las batallas decisivas entre el capital y el trabajo", ¡pero no debe tocar la máquina de la que se sirve

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el capital para oprimir al trabajo! ¡No debe romper esa máquina! ¡No debe emplear su organización universal para reprimir a los explotadores !

¡Magnífico, admirable, señor Kautsky! "Nosotros" reconocemos la lucha de clases, como la reconocen todos los liberales, o sea, sin derribar a la burguesía. . .

Aquí es donde se hace patente la total ruptura de Kautsky, tanto con el marxismo como con el socialismo. Esto es, de hecho, pasarse al lado de la burguesía, que se halla dispuesta a admitir todo lo que se quiera, menos la transformación de las organizaciones de la clase que ella oprime en organizaciones de Estado. No hay ya medio de que Kautsky salve su posición, que todo lo concilia y que no tiene más que frases para salvar todas las profundas contradicciones.

Sea que Kautsky renuncia en absoluto a que el Poder del Estado pase a manos de la clase obrera, sea que admite que la clase obrera se adueñe de la vieja máquina estatal, de la máquina burguesa, pero de ningún modo consiente que la rompa y la destruya, sustituyéndola por una nueva, por la máquina proletaria. Que se "interprete" o se "explique" de uno u otro modo el razonamiento de Kautsky, en ambos casos resulta evidente su ruptura con el marxismo y su paso al lado de la burguesía.

Ya en el Manifiesto Comunista, al hablar del Estado que necesita la clase obrera triunfante, escribía Marx: "El Estado, es decir, el proletariado organizado como clase dominante"[16]. Y ahora un hombre que pretende seguir siendo marxista, declara que el proletariado totalmente organizado y que sos tiene "una lucha decisiva" contra el capital, no debe hacer de su organización de clase una organización de Estado. La "fe supersticiosa en el Estado", que según escribía Engels en 1891 "en Alemania se ha trasplantado a la consciencia

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general de la burguesía e incíuso a la de muchos obreros"[17], es lo que en este caso ha puesto de manifiesto Kautsky. Luchad, obreros, "autoriza" nuestro filisteo (también lo "autoriza" el burgués porque de todos modos los obreros luchan, y lo único que hace falta es buscar el modo de embotar el filo de su espada). ¡Luchad, pero no tratéis de vencer! ¡No destruyáis la máquina del Estado burgués, no sustituyáis la "organización estatal" burguesa por la "organi zación estatal" proletaria!

Una persona que compartiera en serio la idea de Marx de que el Estado no es más que una máquina para el aplastamiento de una clase por otra, que se hubiera parado a meditar sobre esta verdad, no habría podido llegar nunca al absurdo de decir que las organizaciones proletarias, capaces de vencer al capital financiero, no deben transformarse en organizaciones de Estado. Eso es lo que revela al pequeñoburgués, para el que el Estado es, "a pesar de todo", una entidad al margen de las clases, o situada por encima de las clases. En efecto, ¿por qué puede el proletariado, "una sola clase ", hacer una guerra decisiva al capital, que no sólo domina sobre el proletariado, sino sobre el pueblo entero, sobre toda la pequeña burguesía, sobre todos los campesinos, y no puede, siendo "una sola clase ", transformar su organización en organización de Estado? Porque el pequeñoburgués teme la lucha de clases y no la lleva a término, a lo más importante.

Kautsky se ha metido en un embrollo completo y deja traslucir su verdadera fisonomía. Fijaos: él mismo ha reconocido que Europa se acerca a batallas decisivas entre el capital y el trabajo y que los antiguos métodos del proletariado en la lucha política y económica son insuficientes. Pero estos métodos consistían precisamente en utilizar la democracia burguesa. ¿Por tanto? . . .

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Kautsky ha tenido miedo de terminar el razonamiento y ver lo que de ello se deduce.

. . . Por tanto, sólo un reaccionario, enemigo de la clase obrera, lacayo de la burguesía, puede dedicarse ahora a pintar los encantos de la democracia burguesa y a cotorrear acerca de la democracia pura, vuelto hacia un pasado ya caduco. La democracia burguesa fue progresiva en comparación con la Edad Media, y había que utilizarla. Pero ahora es insuficiente para la clase obrera. Ahora hay que mirar no hacia atrás, sino hacia adelante, hay que ir a la sustitución de la democracia burguesa por la proletaria. Ha sido posible (y necesario) realizar en el marco del Estado democrático burgués el trabajo preparatorio de la revolución proletaria, la instrucción y formación del ejército proletario, pero encerrar al proletariado dentro de ese marco cuando se ha llegado a las "batallas decisivas", es traicionar la causa proletaria, ser un renegado.

Kautsky ha caído en una situación particularmente ridícula, porque repite el argumento de Mártov ¡sin ver que Mártov apoya este argumento en otro que Kautsky no emplea! Mártov dice (y Kautsky lo repite) que Rusia no está todavía madura para el socialismo, de lo cual se deduce naturalmente que es aún temprano para convertir los Soviets, de órganos de lucha, en organizaciones de Estado (léase: lo oportuno es transformar los Soviets, con ayuda de los jefes mencheviques, en órganos de subordinación de los obreros a la burguesía imperialista). Ahora bien, Kautsky no puede decir abiertamente que Europa no está madura para el socialismo. En 1909, cuando aún no era un renegado, escribió que no había que tener miedo de una revolución prematura, que sería traidor quien renunciara a la revolución por miedo a la derrota. Kautsky no se atreve a retractarse francamente. Y resulta

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un absurdo que descubre por entero toda la necedad y la cobardía del pequeñoburgués: por una parte, Europa está madura para el socialismo y va a las batallas decisivas entre el trabajo y el capital; pero, por otra parte, la organización de combate (es decir, la organización que se está formando, desarrollando y afianzando en la lucha), la organización del proletariado, vanguardia, organizador y jefe de los oprimidos, ¡no se debe convertir en organización de Estado!

* * *

Desde el punto de vista práctico de la política, la idea de que los Soviets son necesarios como organización de combate, pero no deben convertirse en organizaciones de Estado, es todavía infinitamente más absurda que desde el punto de vista teórico. Incluso en tiempos de paz, sin situación revolucionaria, la lucha entre las masas obreras y los capitalistas, por ejemplo, la huelga de masas, origina en ambas partes formidable irritación, extremo ardor en el combate, constantes manifestaciones de la burguesía en el sentido de que ella es y quiere seguir siendo "el ama de su casa", etc. Y en tiempos de revolución, cuando la vida política está en efervescencia, una organización como los Soviets, que comprende a todos los obreros de todas las ramas de industria, y también a todos los soldados y a todos los campesinos pobres y trabajadores, es una organización que por sí misma, por la marcha del combate, por la simple "lógica" de la ofensiva y de la defensiva, llega necesariamente a plantear el problema en forma tajante. Querer tomar una posición neutra, "conciliar" al proletariado con la burguesía, es una necedad condenada a un fracaso lastimoso: esto fue lo que sucedió en Rusia con las prédicas de Mártov y otros mencheviques;

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esto es lo que inevitablemente sucederá en Alemania y en otros países si los Soviets se desarrollan bastante ampliamente, si llegan a unirse y a afianzarse. Decir a los Soviets que luchen, pero que no tomen todo el Poder del Estado en sus manos, que no se transformen en organizaciones de Estado, equivale a predicar la colaboración de clases y la "paz social" entre el proletariado y la burguesía. Es ridículo pensar siquiera que, en una lucha encarnizada, semejante posición pueda conducir a algo que no sea una vergonzosa derrota. El eterno destino de Kautsky es nadar entre dos aguas. Hace como si en teoría no estuviera de acuerdo en nada con los oportunistas, pero de hecho está de acuerdo con ellos, en todo lo esencial (o sea, en todo lo que concierne a la revolución), en la práctica.


LA ASAMBLEA CONSTITUYENTE
Y LA REPUBLICA SOVIETICA

El problema de la Asamblea Constituyente y de su disolución por los bolcheviques es la clave de todo el folleto de Kautsky. A él vuelve constantemente. Toda la obra del jefe ideológico de la II Internacional rebosa alusiones a que los bolcheviques "han suprimido la democracia" (véase más arriba una de las citas de Kautsky). El problema, en efecto, tiene interés e importancia, porque la relación entre democracia burguesa y democracia proletaria se plantea en él prácticamente ante la revolución. Veamos cómo lo analiza nuestro "teórico marxista".

Kautsky cita mis Tesis acerca de la Asamblea Constituyente, publicadas en Pravda del 26 de diciembre de 1917. Parece que no podía esperarse mejor prueba de seriedad por

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su parte, ya que aborda la cuestión con documentos en las manos. Pero veamos c ó m o cita Kautsky. No dice que las tesis eran 19, ni que en ellas se hablaba, tanto de la relación entre una república burguesa ordinaria con Asamblea Constituyente y la República de los Soviets, como de la historia de la divergencia entre la Asamblea Constituyente y la dictadura del proletariado en nuestra revolución. Kautsky prescinde de todo esto y dice simplemente al lector que (entre estas tesis) "dos tienen particular importancia": una, que los eseristas se fraccionaron después de las elecciones a la Asamblea Constituyente, pero antes de reunirse ésta (no dice que esa tesis es la quinta); otra, que la República de los Soviets es en general una forma democrática superior a la Asamblea Constituyente (no dice que esa tesis es la tercera).

Y sólo de esa tercera tesis cita Kautsky por entero un fragmento, la afirmación siguiente:

"La República de los Soviets no es sólo una forma de tipo más elevado de instituciones democráticas (comparándola con la república burguesa ordinaria coronada por una Asamblea Constituyente), sino la única forma capaz de asegurar el tránsito menos doloroso* al socialismo" (Kautsky omite la palabra "ordinaria", y las palabras de introducción de la tesis: "Para la transición del régimen burgués al socialista, para la dictadura del proletariado"). * Por cierto que Kautsky cita repetidas veces la expresión del tránsito "menos doloroso", por lo visto con pretensiones de ironía. Pero como recurre a malas artes, algunas páginas más adelante, con mala fe, cita falseando: ¡paso "sin dolor"! Claro que con semejante sistema es fácil atribuir al adversario una insensatez. Esta falsificación permite, además desentenderse del fondo del argumento: el transito menos doloroso al socialismo sólo es posible con la organización total de los pobres (los Soviets) y con la ayuda del Poder estatal central (el proletariado) a tal organización.

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Después de esta cita, Kautsky exclama con magnífica ironía:

"Es de lamentar únicamente que llegasen a esa conclusión al encontrarse en minoría en la Asamblea Constituyente. Nadie había pedido antes la Asamblea Constituyente con mayor empeño que Lenin".

¡Asi, lo dice textualmente en la página 31 de su libro!

¡Una verdadera perla! ¡¡Sólo un sicofante al servicio de la burguesía puede falsear tanto los hechos, para dar al lector la impresión de que los discursos de los bolcheviques sobre un tipo superior de Estado son una invención, a la que sólo han recurrido después de haberse visto en minoria en la Asamblea Constituyente!! Una mentira tan vil sólo pudo decirla un canalla vendido a la burguesia, o, lo que es absolutamente igual, que se ha fiado de P. Axelrod y encubre a sus informadores.

Porque todo el mundo sabe que el mismo dia de mi llegada a Rusia, el 4 de abril de 1917, leí públicamente las tesis en que proclamaba la superioridad de un Estado del tipo de la Comuna sobre la república parlamentaria burguesa. Después lo he vuelto a manifestar repetidamente en la prensa, por ejemplo, en un folleto sobre los partidos políticos que se tradujo al inglés[18] y fue publicado en Norteamérica en enero de 1918, en el Evening Post [19] de Nueva York. Es más, la Conferencia del Partido Bolchevique, celebrada a fines de abril de 1917, adoptó una resolución diciendo que la república de proletarios y campesinos es superior a la república parlamentaria burguesa, que nuestro Partido no se conformaba con esta última y que el programa del Partido debia modificarse en este sentido.

¿Cómo calificar después de esto la ocurrencia de Kautsky, que afirma a los lectores alemanes que yo exigia con el mayor

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empeño la convocatoria de la Asamblea Constituyente y que sólo al quedar los bolcheviques en minoría dentro de ella empecé a "mancillar" el honor y la dignidad de esa Asamblea? ¿Cómo puede justificarse esta ocurrencia?[*] ¿No estaba Kautsky al corriente de los hechos? ¿Para qué, pues, se ha puesto a escribir sobre ellos? ¿Por qué no ha declarado lealmente: Yo, Kautsky, escribo apoyándome en datos de los mencheviques Stein, P. Axelrod y compañía? Con su pretensión de objetividad, quiere disimular su papel de criado de los mencheviques, a quienes la derrota ha puesto furiosos.

Pero esto no es más que el principio. Lo bueno viene después.

Admitamos que Kautsky no haya querido o no haya podido (¿?) recibir de sus informantes una traducción de las resoluciones de los bolcheviques y de sus declaraciones acerca de si les satisface la república democrática parlamentaria burguesa. Admitámoslo, aunque es inverosímil. Pero mis tesis del 26 de diciembre de 1917 las menciona abiertamente Kautsky en la pág. 30 de su libro.

¿Conoce Kautsky el texto completo de estas tesis, o conoce sólo lo que le han traducido los Stein, Axelrod y compañía? Kautsky cita la tercera tesis sobre la cuestión fundamental de si antes de las elecciones a la Asamblea Constituyente los bolcheviques comprendían y decían al pueblo que la República de los Soviets es superior a la república burguesa. P e r o K a u t s k y n o h a b l a d e l a s e g u n d a t e s i s.

Esta segunda tesis dice: * A propósito: ¡hay muchos de estos embustes mencheviques en el folleto de Kautsky! Es un libelo de un menchevique enfurecido.

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"La socialdemocracia revolucionaria, que reclamaba la convocatoria de la Asamblea Constituyente, desde los primeros días de la revolución de 1917 subrayó en repetidas ocasiones que la República de los Soviets es una forma de democracia superior a la república burguesa ordinaria con su Asamblea Constituyente ". (La cursiva es mía.)

Para presentar a los bolcheviques como gente sin principios, como "oportunistas revolucionarios" (esta expresión se encuentra, no recuerdo con qué motivo, en un pasaje del libro de Kautsky), ¡el señor Kautsky ha ocultado a los lectores alemanes que las tesis hacen mención de "r e p e t i d a s " declaraciones!

Tales son los pobres, míseros y despreciables procedimientos a que recurre el señor Kautsky. De este modo se desentiende de la cuestión teórica.

¿Es o no verdad que la república parlamentaria democrático-burguesa es inferior a una república del tipo de la Comuna o de los Soviets? Este es el nudo de la cuestión pero Kautsky lo elude. Kautsky "ha olvidado" todo lo que Marx dice en su análisis de la Comuna de París. También "ha olvidado" la carta de Engels a Bebel del 28 de marzo de 1875, que expresa en forma bien evidente y comprensible la misma idea de Marx: "La Comuna no era ya un Estado en el sentido propio de la palabra".

Y ahí tenéis al teórico más eminente de la II Internacional que, en un folleto especial sobre La dictadura del proletariado, al tratar en particular de Rusia, donde se ha planteado muchas veces y sin ambages el problema de una forma de Estado superior a la república democrático-burguesa, pasa por alto esta cuestión. ¿En qué se diferencia esto, de hecho, del paso al lado de la burguesía?

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(Observemos entre paréntesis que también en esto se arrastra Kautsky a la cola de los mencheviques rusos. Entre ellos sobran gentes que se saben "todas las citas" de Marx y Engels; pero ni un solo menchevique, de abril a octubre de 1917 y de octubre de 1917 a octubre de 1918, ha tratado una sola vez de analizar el problema de un Estado del tipo de la Comuna. Plejánov lo ha eludido también. Por lo visto, han tenido que callarse.)

Claro que hablar de la disolución de la Asamblea Constituyente con gentes que se llaman socialistas y marxistas, pero que en realidad, en lo esencial, en el problema de un Estado del tipo de la Comuna, se pasan a la burguesía, sería echar margaritas a puercos. Bastará imprimir como anexo de este folleto mis tesis completas sobre la Asamblea Constituyente. Por ellas verá el lector que la cuestión se planteó el 26 de diciembre de 1917 desde el punto de vista teórico, histórico y en el terreno práctico de la política.

Aunque Kautsky, como teórico, ha renegado por completo del marxismo, hubiera podido analizar como historiador la lucha de los Soviets contra ]a Asamblea Constituyente. Muchos de sus trabajos nos dicen que Kautsky sabía ser historiador marxista, y esos trabajos quedarán como patrimonio perdurable del proletariado, a pesar de haberles seguido la apostasía de su autor. Pero en este punto Kautsky, también como historiador, se vuelve de espaldas a la verdad, cierra los ojos ante hechos universalmente notorios, se conduce como un sicofante. Quiere presentar a los bolcheviques como gentes sin principios y relata cómo intentaron atenuar su conflicto con la Constituyente antes de disolverla. No hay absolutamente nada malo en ello, de nada tenemos que desdecirnos. Las tesis las publico por entero, y en ellas digo con la claridad del día: Señores pequeñoburgueses vacilantes

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que os habéis atrincherado en la Asamblea Constituyente: aceptad la dictadura del proletariado o triunfaremos sobre vosotros "por vía revolucionaria" (tesis 18 y 19).

Así es como ha procedido y procederá siempre el proletariado verdaderamente revolucionario con respecto a la pequeña burguesía vacilante.

Kautsky adopta en la cuestión de la Asamblea Constituyente una posición formalista. En mis tesis he dicho clara y repetidamente que los intereses de la revolución están por encima de los derechos formales de la Asamblea Constituyente (véase las tesis 16 y 17). El punto de vista democrático formal es precisamente el del demócrata burgués, que no admite la supremacía de los intereses del proletariado y de la lucha proletaria de clase. Kautsky, como historiador, no hubiera podido menos de reconocer que los parlamentos bur gueses son órganos de una u otra clase. Pero ahora (para su inmunda labor de repudiar la revolución), Kautsky ha tenido que olvidar el marxismo, y no se pregunta de qué clase era órgano la Asamblea Constituyente en Rusia. No analiza las circunstancias concretas, no quiere ver los hechos, nada dice a los lectores alemanes de que mis tesis exponen, no sólo un estudio teórico de la insuficiencia de la democracia burguesa (tesis I-3), no sólo las condiciones concretas, en virtud de las cuales las listas de los partidos, compuestas a mediados de octubre de 1917, no respondían a la realidad en diciembre de 1917 (tesis 4-6), sino también la historia de la lucha de clases y de la guerra civil de octubre a diciembre de 1917 (tesis 7-15). De esta historia concreta dedujimos (tesis 14) que la consigna de "Todo el Poder a la Asamblea Constituyente" se había convertido de hecho en la consigna de los demócratas constitucionalistas, kaledinistas y sus cómplices.

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El historiador Kautsky no lo ve. El historiador Kautsky no ha oído decir jamás que el sufragio universal da lugar a veces a parlamentos pequeñoburgueses y a veces a parlamentos reaccionarios y contrarrevolucionarios. Kautsky, historiador marxista, no ha oído decir que una cosa es la forma de las elecciones, la forma de la democracia, y otra el contenido de clase de una institución determinada. Este problema del contenido de clase de la Asamblea Constituyente está claramente planteado y resuelto en mis Tesis. Puede ser que mi solución no sea justa. Nada nos agradaría tanto como una crítica marxista de nuestro análisis. En lugar de escribir frases absolutamente necias (hay muchas en Kautsky) acerca de que hay quien impide criticar el bolchevismo, Kautsky hubiera debido realizar esta crítica. Pero el asunto es que la crítica brilla en él por su ausencia. Ni siquiera plantea el problema de un análisis de los Soviets por una parte y de la Constituyente por otra desde el punto de vista de clase. Y por ello es imposible discutir con Kautsky, y sólo cabe demostrar a los lectores por qué no puede dársele otro nombre que el de renegado.

La divergencia entre los Soviets y la Asamblea Constituyente tiene su historia, que no podría dejar de lado el historiador, aun cuando no se colocara en el punto de vista de la lucha de clases. Tampoco ha querido Kautsky tocar esta historia de los hechos. Ha ocultado a los lectores alemanes el hecho universalmente notorio (que ahora sólo ocultan los mencheviques empedernidos) de que los Soviets, también bajo la dominación menchevique, es decir, desde fines de febrero hasta octubre de 1917, divergían con las instituciones "generales del Estado" (es decir, burguesas). En el fondo, Kautsky adopta una actitud de conciliación, de conformismo, de colaboración entre el proletariado y la burguesía;

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por mucho que Kautsky lo niegue, este punto de vista es un hecho que confirma todo su folleto. No había que disolver la Asamblea Constituyente, es decir, no había que llevar hasta el final la lucha contra la burguesía, no había que derribarla; el proletariado hubiera debido conciliarse con la burguesía.

¿Por qué no dice Kautsky que los mencheviques se dedicaron a esta labor poco honrosa de febrero a octubre de 1917 y no consiguieron nada? Si era posible conciliar a la burguesía con el proletariado, ¿por qué no se consiguió la conciliación bajo el dominio menchevique, por qué se mantenía la burguesía apartada de los Soviets y se decía (lo decían los mencheviques ) que los Soviets eran la "democracia revolucionaria" y la burguesía los "elementos censatarios"?

Kautsky oculta a los lectores alemanes que los mencheviques, en la "época" de su dominio (febrero a octubre de 1917), calificaban a los Soviets de democracia revolucionaria, reconociendo así su superioridad sobre todas las demás instituciones. Sólo a esta omisión voluntaria se debe que, tal como lo presenta el historiador Kautsky, la divergencia entre los Soviets y la burguesía sea algo sin historia, que se ha producido de la noche a la mañana, inopinadamente, sin motivos, a causa de la mala conducta de los bolcheviques. En realidad, más de medio año (lapso de tiempo inmenso para una revolución) de experiencia de conformismo menchevique, de tentativas de conciliar al proletariado con la burguesía, es lo que convenció al pueblo de la inutilidad de estas tentativas, lo que apartó al proletariado de los mencheviques.

Los Soviets son una magnífica organización de combate del proletariado, con un gran porvenir, reconoce Kautsky. Pero si es así, toda la posición de Kautsky se desmorona como un castillo de naipes o como la ilusión pequeñoburguesa de que se puede evitar la encarnizada lucha entre el proletaria-

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do y la burguesía. Porque la revolución toda, no es más que una lucha continua, y además desesperada, y el proletariado es la clase de vanguardia de todos los oprimidos, el foco y el centro de todas las aspiraciones de todos los oprimidos a su emancipación. Los Soviets -- órgano de lucha de las masas oprimidas -- reflejaban y traducían, como es natural, el sentir y los cambios de opinión de esas masas incomparablemente más de prisa, más completa y fielmente que hubiera podido hacerlo cualquiera otra institución (ésta es, por cierto, una de las razones de que la democracia soviética sea un tipo superior de democracia).

Del 28 de febrero (calendario antiguo) al 25 de octubre de 1917, los Soviets consiguieron convocar dos Congresos de toda Rusia con representantes de la inmensa mayoría de la población del país, de todos los obreros y soldados y de siete u ocho décimas partes de los campesinos, sin contar un sin-número de congresos locales, de distrito, urbanos, provinciales y regionales. Durante este período, la burguesía no pudo reunir ni una sola institución que representara una mayoría (excepción hecha de la "Conferencia Democrática", manifiestamente falsificada, que era una mofa y que suscitó la cólera del proletariado). La Asamblea Constituyente reflejó el mismo sentir de las masas, el mismo agrupamiento político que en el primer Congreso de los Soviets de toda Rusia (Congreso de junio). En el momento de reunirse la Asamblea Constituyente (enero de 1918) se habían celebrado el segundo Congreso de los Soviets (octubre de 1917) y el tercero (enero de 1918); los dos demostraron bien claramente que las masas se habían radicalizado, que eran más revolucionarias, que habían vuelto la espalda a mencheviques y eseristas, que habían pasado al lado de los bolcheviques, es decir, que repudiaban la dirección pequeñoburguesa, la ilusión de un acuerdo

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con la burguesía, y optaban por la lucha revolucionaria del proletariado para derribar a la burguesía.

Por consiguiente, la sola historia externa de los Soviets demuestra ya lo inevitable de la disolución de la Asamblea Constituyente y el carácter reaccionario de ésta. Pero Kautsky se aferra a su "consigna": ¡perezca la revolución, triunfe la burguesía sobre el proletariado, pero florezca la "democracia pura"! ¡Fiat justitia, pereat mundus! [*]

He aquí un breve resumen de los congresos de los Soviets de toda Rusia en la historia de la revolución rusa:



Congresos de los Soviets
de toda Rusia
Total de
delegados
Número de
bolcheviques
% de bol-
cheviques
Primero (3. VI. 1917) .   .   .
Segundo (25. X. 1917) .   .   .
Tercero (10. I. 1918)  .   .   .
Cuarto (14. III. 1918) .   .   .
Quinto (4. VII. 1918)   .   .   .
790 
675 
710 
1,232 
1,164 
103
343
434
795
773
13%
51%
61%
64%
66%


Basta lanzar una ojeada a estas cifras para comprender que no despierten en nosotros más que la risa los argumentos en favor de la Asamblea Constituyente o los discursos de quienes (como Kautsky) dicen que los bolcheviques no representan la mayoría de la población.

domingo, 13 de noviembre de 2016

Trump; ¿un nuevo fascismo? Un articulo del camarada Miguel Alonso.



 

Trump; ¿un nuevo fascismo?

Miguel Alonso.

La victoria electoral del millonario Donald Trump en EE.UU. ha creado malestar y preocupación tanto en sectores democráticos como de la izquierda, incluso ha sido calificado de victoria del fascismo. Ahora bien; ¿realmente la victoria de Trump representa la victoria del fascismo?
Nadie puede negar el carácter reaccionario de Trump y su camarilla pero ¿acaso su oponente Clinton, representante de la élite del establishment, lo es menos?
Clinton la principal artifice de las masacres en Libia, Siria o del golpe neo-fascista en Ukrania ¿es menos fascista?
En la primera potencia imperialista mundial, la dictadura de la burguesía se ejerce como una ficción democrática, cuando todo el poder real está en manos de la gran burguesía, del sector financiero y del complejo militar industrial. Esto no ha cambiado sustancialmente por la victoria de Trump. Y si la misma representa los intereses de una fracción de la burguesía norteamericana opuesta a las deslocalizaciones, habrá que verlo.
Acaso se trata de que una fracción de la gran burguesía, excluida por la hegemonía de la élite “aristocrática” tradicional en el gobierno federal, ha logrado ocupar un nuevo papel en la escena política pero ¿podemos calificar esto de ascenso del fascismo?
Es precipitado afirmar esto, aunque pueda parecerlo por la alegría causada por su triunfo en los sectores ultra-derechistas, racistas yankees o europeos, pero si profundizamos, la base del poder imperialista en EE.UU. sigue intacta y como mucho la victoria electoral de Trump representa un re-equilibrio de fuerzas entre los grupos del poder burgués.
Una de las características del fascismo es su manejo de masas y la movilización activa de las mismas en torno a su programa. ¿Esto es así actualmente?
No, hoy como ayer, la clase obrera y el pueblo trabajador norteamericano son meros espectadores dentro de ese circo, aunque un sector pudiera votar a Trump como voto de castigo al sistema.
Hay camaradas que se alarman porque puede aumentar la represión sobre las minorías pero ¿eso no existe ya? ¿Acaso en los últimos años no hemos visto el aumento impune de crímenes policiales contra ciudadanos negros, bajo la presidencia de un presidente negro? ¿Qué medidas reales se tomaron para poner fin a esto? ¡Ninguna!
La opresión de las minorías raciales en EE.UU. solo acabara con una revolución socialista, no con la hipocresía liberal de lo políticamente correcto. ¡Hay que tenerlo claro! Otro tanto puede decirse sobre la opresión de la mujer y su papel en la sociedad burguesa norteamericana.
Aún es pronto para valorar las protestas populares en diversas ciudades pero habrá que estar atento, ante lo que sin duda es un ejemplo de una movilización política anti-reaccionaria, que puede ser germen de nuevos niveles de organización en los movimientos revolucionarios en los EE.UU.
En cualquier caso nuestro deber, sin duda, es apoyar a los mismos.


V. I. LENIN: LA REVOLUCION PROLETARIA Y EL RENEGADO KAUTSKY (3ª parte)


¿PUEDE HABER IGUALDAD ENTRE
EL EXPLOTADOR Y EL EXPLOTADO?

Kautsky argumenta así:

(1) "Los explotadores han constituido siempre una pequeña minoría de la población" (pág. 14 del opúsculo de Kautsky).

Esto es una verdad indiscutible. ¿Cómo deberemos razonar partiendo de ella? Podemos razonar como marxistas, como socialistas; entonces habremos de basarnos en la relación entre explotados y explotadores. Podemos razonar como liberales, como demócratas burgueses; entonces habremos de basarnos en la relación entre mayoría y minoría.

Si razonamos como marxistas, tendremos que decir: los explotadores transforman inevitablemente el Estado (porque se trata de la democracia, es decir, de una de las formas del Estado) en instrumento de dominio de su clase, de la clase de los explotadores, sobre los explotados. Por eso, aun el Estado democrático, mientras haya explotadores que dominen sobre una mayoría de explotados, será inevitablemente una democracia de explotadores. El Estado de los explotados debe distinguirse por completo de él, debe ser la democracia para los explotados y el aplastamiento de los explotadores ; y el aplastamiento de una clase significa la desigualdad en detrimento suyo, su exclusión de la "democracia".

pág. 29

Si argumentamos en liberal, tendremos que decir: la mayoría decide y la minoría se somete. Los desobedientes son castigados. Y nada más. No hay por qué hablar del carácter de clase del Estado en general ni de la "democracia pura" en particular; no tiene nada que ver con la cuestión, porque la mayoría es la mayoría y la minoría es la minoría. Una libra de carne es una libra de carne, y nada más.

Kautsky razona exactamente así:

(2) "¿Qué motivos hay para que la dominación del proletariado tomase o haya de tomar una forma que sea incompatible con la democracia?" (pág. 21). Después explica, con frase larga y redundante, hasta con una cita de Marx y con estadísticas electorales de la Comuna de París, que el proletariado posee la mayoría. Conclusión: "Un régimen con tan hondas raíces en las masas no tiene motivo alguno para atentar contra la democracia. No siempre podrá abstenerse de la violencia cuando se haga uso de ella contra la democracia. Sólo con la violencia puede contestarse a la violencia. Pero un régimen que sabe que cuenta con las masas usará de ella únicamente para defender la democracia, y no para suprimirla. Cometería un verdadero suicidio si quisiera suprimir su base más segura, el sufragio universal, profunda fuente de poderosa autoridad moral" (pág. 22).

Como se ve, la relación entre explotados y explotadores ha desaparecido de la argumentación de Kautsky. No queda más que la mayoría en general, la minoría en general, la democracia en general, la "democracia pura" que ya conocemos.

¡Obsérvese que esto se dice a propósito de la Comuna de París ! Para mayor evidencia, veamos lo que decían Marx y Engels de la dictadura a propósito de la Comuna :

pág. 30

Marx : . . . "Si los obreros sustituyen la dictadura de la clase burguesa con su dictadura revolucionaria. . . para vencer la resistencia de la burguesía. . ., dan al Estado una forma revolucionaria y transitoria" . . .[15]

Engels : . . . "El partido victorioso" (en la revolución) "si no quiere haber luchado en vano, tiene que mantener este dominio por el terror que sus armas inspiran a los reaccionarios. ¿La Comuna de París habría durado acaso un solo día, de no haber empleado esta autoridad de pueblo armado frente a los burgueses? ¿No podemos, por el contrario, reprocharle el no haberse servido lo bastante de ella?" . . .

Engels : "Siendo el Estado una institución meramente transitoria, que se utiliza en la lucha, en la revolución, para someter por la violencia a los adversarios, es un absurdo hablar de un Estado libre del pueblo: mientras el proletariado necesite todavía del Estado, no lo necesitará en interés de la libertad, sino para someter a sus adversarios, y tan pronto como pueda hablarse de libertad, el Estado como tal dejará de existir" . . .

Entre Kautsky, por un lado, y Marx y Engels, por otro, existe el mismo abismo que entre el cielo y la tierra, que entre un liberal y un revolucionario proletario. La democracia pura, y sencillamente la "democracia" de que habla Kautsky, no es más que una paráfrasis de ese mismo "Estado libre del pueblo", es decir, un puro absurdo. Con la erudición de un doctísimo imbécil de gabinete, o con el candor de una niña de diez años, pregunta Kautsky: ¿Para qué ejercer la dictadura teniendo la mayoría? Marx y Engels lo explican:

-- -- Para aplastar la resistencia de la burguesía.

-- -- Para inspirar temor a los reaccionarios.

-- -- Para mantener la autoridad del pueblo armado contra la burguesía.

pág. 31



-- -- Para que el proletariado pueda someter por la fuerza a sus adversarios.

Kautsky no comprende estas explicaciones. Enamorado de la "pureza" de la democracia, no viendo su carácter burgués, sostiene "consecuentemente" que la mayoría, puesto que lo es, no tiene necesidad de "aplastar la resistencia" de la minoría, de "aplastarla por la fuerza"; sostiene que es suficiente reprimir los casos de violación de la democracia. ¡Enamorado de la "pureza" de la democracia, Kautsky incurre por descuido en ese pequeño error en que siempre incurren todos los demócratas burgueses: toma por igualdad real la igualdad formal (que no es más que mentira e hipocresía en el régimen capitalista)! ¡Nada menos!

El explotador no puede ser igual al explotado.

Esta verdad, por desagradable que le resulte a Kautsky, es lo más esencial del socialismo.

Otra verdad: No puede haber igualdad real, efectiva, mientras no se haya hecho totalmente imposible la explotación de una clase por otra.

Se puede derrotar de golpe a los explotadores con una insurrección victoriosa en la capital o una rebelión de las tropas. Pero, descontando casos muy raros y excepcionales, no se puede hacer desaparecer de golpe a los explotadores. No se puede expropiar de golpe a todos los terratenientes y capitalistas de un país de cierta extensión. Además, la expropiación por sí sola, como acto jurídico o político, no decide, ni mucho menos, el problema, porque es necesario desplazar de hecho a los terratenientes y capitalistas, reemplazarlos de hecho en fábricas y fincas por otra administración, la obrera. No puede haber igualdad entre los explotadores, a los que durante muchas generaciones han distinguido la instrucción, las condiciones de la vida rica y los hábitos

pág. 32

adquiridos, y los explotados, que, incluso en las repúblicas burguesas más avanzadas y democráticas, son una masa embrutecida, inculta, ignorante, atemorizada y falta de cohesión. Durante mucho tiempo después de la revolución, los explotadores siguen conservando de hecho, inevitablemente, tremendas ventajas: conservan el dinero (no es posible suprimir el dinero de golpe), algunos que otros bienes muebles, con frecuencia considerables; conservan las relaciones, los hábitos de organización y administración, el conocimiento de todos los "secretos" (costumbres, procedimientos, medios, posibilidades) de la administración; conservan una instrucción más elevada, sus estrechos lazos con el alto personal técnico (que vive y piensa en burgués); conservan (y esto es muy importante) una experiencia infinitamente superior en lo que respecta al arte militar, etc., etc.

Si los explotadores son derrotados solamente en un país -- y éste es, naturalmente, el caso típico, pues la revolución simultánea en varios países constituye una rara excepción -- seguirán siendo, no obstante, más fuertes que los explotados, porque sus relaciones internacionales son poderosas. Además, una parte de los explotados, pertenecientes a las masas menos desarrolladas de campesinos medios, artesanos, etc., sigue y puede seguir a los explotadores, como lo han probado hasta ahora todas las revoluciones, incluso la Comuna (porque entre las fuerzas de Versalles había también proletarios, cosa que "ha olvidado" el doctísimo Kautsky).

Por tanto, suponer que en una revolución más o menos seria y profunda la solución del problema depende sencillamente de la relación entre la mayoría y la minoría, es el colmo de la estupidez, el más necio prejuicio de un liberal adocenado, es engañar a las masas, ocultarles una verdad histórica bien establecida. Esta verdad histórica es la siguiente: en toda

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revolución profunda, lo normal es que los explotadores, que durante bastantes años conservan de hecho sobre los explotados grandes ventajas, opongan una resistencia larga, porfiada y desesperada. Nunca -- a no ser en la fantasía dulzona del melifluo tontaina de Kautsky -- se someten los explotadores a la decisión de la mayoría de los explotados antes de haber puesto a prueba su superioridad en una desesperada batalla final, en una serie de batallas.

El paso del capitalismo al comunismo llena toda una época histórica. Mientras esta época histórica no finalice, los explotadores siguen inevitablemente abrigando esperanzas de restauración, esperanzas que se convierten en tentativas de restauración. Después de la primera derrota seria, los explotadores derrocados, que no esperaban su derrocamiento ni creían en él, que no aceptaban ni siquiera la idea de él, se lanzan con energía decuplicada, con pasión furiosa y odio centuplicado a la lucha por la restitución del "paraíso" que les ha sido arrebatado, en defensa de sus familias, que antes disfrutaban de una vida tan dulce y a quienes la "chusma del populacho vil" condena a la ruina y a la miseria (o al "simple" trabajo. . .). Y detrás de los capitalistas explotadores viene arrastrándose una gran masa de pequeña burguesía, de la que decenios de experiencia histórica en todos los países nos dicen que titubea y vacila, que hoy sigue al proletariado y mañana se asusta de las dificultades de la revolución, se deja llevar del pánico ante la primera derrota o semiderrota de los obreros, se pone nerviosa, se agita, lloriquea, se pasa de un campo a otro. . . lo mismo que nuestros mencheviques y eseristas.

¡¡Y en estas condiciones, en una época de lucha desesperada, agudizada, cuando la historia pone al orden del día

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problemas de vida o muerte para privilegios seculares y milenarios, hablar de mayoría y minoría, de democracia pura, de que no hace falta la dictadura, de igualdad entre explotadores y explotados!! ¡Qué abismo de estupidez y de filisteísmo se necesita para ello!

Pero decenios de un capitalismo relativamente "pacífico", de 187I a 1914, han convertido los partidos socialistas que se adaptan al oportunismo en establos de Augias de filisteísmo, de estrechez mental y de apostasía . . .

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El lector habrá advertido probablemente que Kautsky, en el pasaje de su libro más arriba citado, habla de atentado contra el sufragio universal (al que califica, dicho sea entre paréntesis, de profunda fuente de poderosa autoridad mGral, mientras que Engels, a propósito de la misma Comuna de París y del mismo problema de la dictadura, habla de la autoriadad del pueblo armado contra la burguesía; resulta característico comparar las ideas que sobre la "autoridad" tienen un filisteo y un revolucionario . . .).

Es de advertir que el privar a los explotadores del derecho de voto es un problema puramente ruso, y no un problema de la dictadura del proletariado en general. Si Kautsky, sin hipocresía, hubiera titulado su folleto Contra los bolcheviques, el título correspondería al contenido, y Kautsky tendría entonces derecho a hablar directamente del derecho de sufra gio. Pero Kautsky ha querido ser, ante todo, un "teórico". La dictadura del proletariado ha titulado su folleto en general. De los Soviets y de Rusia habla especialmente sólo en la segunda parte del opúsculo, a partir del apartado sexto. En cambio, en la primera parte (que es de donde yo he tomado la

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cita), trata de la democracia y de la dictadura e n g e n e r a l. Puesto a hablar del derecho electoral, Kautsky se ha desenmascarado como polemista contra los bolcheviques sin un ápice de respeto por la teoría. Porque la teoría, es decir, el estudio de los fundamentos generales de clase (y no de un carácter específico nacional) de la democracia y de la dictadura, no debe tratar de un problema especial, como es el derecho electoral, sino del problema general: ¿Puede mantenerse la democracia para los ricos y los explotadores en un período histórico en que se derriba a los explotadores y su Estado es sustituido por el Estado de los explotados?

Así y sólo así es como puede plantear el problema un teórico.

Conocemos el ejemplo de la Comuna, conocemos todos los razonamientos de los fundadores del marxismo sobre ella y a propósito de ella. Apoyándome en estos materiales he analizado yo, por ejemplo, el problema de la democracia y de la dictadura en el folleto El Estado y la revolución, escrito antes de la Revolución de Octubre. Acerca de la restricción del derecho al sufragio no he dicho ni una palabra. Y ahora hay que afirmar que este problema es un asunto específico nacional, y no un problema general de la dictadura. Es un problema que hay que enfocar con un estudio de las condiciones peculiares de la revolución rusa, con un estudio de su camino especial de desarrollo. Esto es lo que me propongo hacer en las páginas que siguen. Pero sería un error asegurar por anticipado que las próximas revoluciones proletarias de Europa, todas o la mayor parte de ellas, originarán necesariamente una restricción del derecho de voto para la burguesía. Puede suceder así. Después de la guerra y de la experiencia de la revolución rusa, es probable que así suceda, pero no es

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indispensable para el ejercicio de la dictadura, no constituye un rasgo imprescindible del concepto lógico de dictadura, no es condición indispensable del concepto de dictadura en el terreno histórico y de clase.

Lo que es rasgo indispensable, condición imprescindible de la dictadura, es la represión por la fuerza a los explotadores como clase, y, por consiguiente, la violación de la "democracia pura", es decir, de la igualdad y de la libertad en relación con esa clase.

Así y sólo así es como puede plantearse el problema en el terreno teórico. Y Kautsky, al no hacerlo así, demuestra que no procede contra los bolcheviques como teórico, sino como un sicofante de los oportunistas y de la burguesía.

Determinar en qué países, en qué condiciones específicas nacionales de un capitalismo u otro se va a aplicar (de un modo exclusivo o preponderante) una restricción determinada, una violación de la democracia para los explotadores, es una cuestión que depende de las particularidades nacionales de cada capitalismo, de cada revolución. Teóricamente, el problema es distinto, y se formula así: ¿Es posible la dictadura del proletariado sin violación de la democracia respecto a la clase de los explotadores?

Kautsky ha eludido esta cuestión, la única teóricamente esencial e importante. Cita toda clase de pasajes de Marx y de Engels salvo los que se refieren al problema que nos ocupa, que yo he citado más arriba.

Habla de todo lo que se quiera, de todo lo que admiten los liberales y los demócratas burgueses, de lo que no rebasa el círculo de ideas de éstos, menos de lo principal, de que el proletariado no puede triunfar sin vencer la resistencia de la burguesía, sin reprimir por la violencia a sus adversarios ; y

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donde hay "represión violenta", donde no hay "libertad", desde luego no hay democracia.

Esto no lo ha comprendido Kautsky.

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Pasemos a la experiencia de la revolución rusa y a la divergencia entre los Soviets de Diputados y la Asamblea Constituyente, que condujo a la disolución de la Constituyente, privándose a la burguesía del derecho de sufragio.