martes, 4 de noviembre de 2008

Galiza: Solidariedade cos camaradas italianos



Comunicado

CONTRA A REPRESIÓN DO MOVEMENTO OBREIRO E POPULAR POLO GOBERNO NEO-FASCISTA DE BERLUSCONI

Diante das noticias de novas medidas represivas contra os comunistas e sindicalistas, cercanos ao PC-maoísta e ao (n)PCI, por parte do governo Berlusconi e pola xudicatura italiana, queremos amosar a noso rexeitamento das mesmas e manifestar a nosa solidariedade de clase cos camaradas encausados.
Moi en particular, no caso da coñecida sindicalista do Slai-Cobas Margherita Calderazzi a cal foi aplicada unha multa de cien mil Euros por ter participado na loita contra a empresa do aceiro ILVA spa, (ex Italsider) na cidade de Taranto, na Puglia.
Esta importante aceria, do Grupo Riva, con perto de 14.000 traballadores é considerada unha das dez empresas mais contaminantes da UE.
O empresario Emilio Riva acusou-na de ser a autora intelectual dunha grande pintada que acusaba RIVA ASSASSINO e o xuiz Gastone De Vincentis, sen mais probas, teñe-la condeada a pagar esta monstruosa multa.
Asi mesmo outros camaradas, noutras partes do pais, teñen sido acusados de asociación subversiva por rebelarse xustamente contra a explotación e as medidas reaccionarias do governo, Governo da gran patronal, fondamente anti-popular, que quere eliminar entre outros o ensino e a sanidade publica.
Noso comité fai un enerxico chamado as organizaciones politicas e sindicaes da Galiza a amosar publicamente a sua solidariedade con estes compañeiros e compañeiras represaliados polo reximen da patronal italiana.

Galiza, Nov do 2008

COMITÉ DE LOITA POPULAR "MANOLO BELLO"

lunes, 3 de noviembre de 2008

ITALIA: Carta abierta de solidaridad del CARC



Lettera aperta ai compagni di Proletari Comunisti attaccati dalla repressione
29.10.08

Cari compagni,

vi scriviamo per rinnovarvi tutta la nostra solidarietà di classe per l’attacco repressivo che state subendo insieme ai compagni dello Slai Cobas per il sindacato di classe. In particolare esprimiamo la nostra solidarietà alla compagna Margherita Calderazzi di Taranto accusata da Riva, padrone dell’Ilva, di essere la “mandante” della scritta “Riva assassino” apparsa sui muri della sua fabbrica e per questo condannata a pagare 100.000 euro.
Riva, con l’arroganza tipica della parte più reazionaria e cinica della borghesia, con questo attacco cerca di intimidire tutti i lavoratori e isolare quelli più combattivi, per continuare a portare avanti indisturbato il suo sterminio prodotto in nome del profitto: l’Ilva, infatti, è la fabbrica con più morti, infortuni e malattie professionali d’Italia, fonte inoltre di tumori per tutte le masse popolari della zona.
Hanno completamente ragione i compagni dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto a dire “vogliamo un Tribunale che sancisca la colpevolezza di Riva per omicidio colposo plurimo, per omicidio volontario, per crimini contro la vita dei suoi lavoratori, per crimini contro la salute pubblica, per crimini contro la città!”. Riva infatti è un criminale, un assassino, un nemico delle masse popolari! Bisogna promuovere la più ampia denuncia e mobilitazione per portarlo davanti ad un tribunale e costringere i giudici a farlo rispondere dei suoi reati contro l’umanità e ad adottare le misure di sicurezza necessarie per mettere fine agli infortuni e alle morti sul posto lavoro e non solo.
Con questa nostra lettera, oltre ad esprimervi la nostra solidarietà, ci teniamo a sostenere la linea d’attacco che voi e lo Slai Cobas state portando avanti, la linea del “processo di rottura”: passare da accusati in accusatori, ribaltare i ruoli e chiamare al banco degli imputati i veri colpevoli, i padroni, trasformando questo attaccare repressivo in un contributo alla rinascita del movimento comunista del nostro paese. Questa infatti è la linea vincente! Allo stesso tempo, forti dell’esperienza che abbiamo accumulato nella lotta contro la repressione e in particolare contro l’Ottavo Procedimento Giudiziario per “associazione sovversiva” montato dal “novello Torquemada” Giovagnoli, vi avanziamo una proposta per rafforzare la vostra battaglia, in nome della solidarietà di classe e del dibattito franco e aperto che deve esserci tra comunisti.
Su Repubblica del 26.10.08 è stato reso noto che il ministro Stefania Prestigiacomo, attraverso Bruno Agricola, ha contestato le analisi fatte dall’ARPA sui livelli di diossina prodotti dall’Ilva, definendole non affidabili e incaricando dei tecnici in cui ha fiducia la banda di mafiosi, razzisti, clericali, fascisti e speculatori che governa il nostro paese di condurre nuove analisi sulla fabbrica dell’assassino Riva. Insomma: la questione puzza di marcio e morte, per le masse popolari, già prima di iniziare!
Nichy Vendola ha espresso “preoccupazione” per l’intervento del governo, ma ancora, almeno per quello che sappiamo noi, non sta dando battaglia, utilizzando al meglio gli strumenti che gli mette a disposizione il suo ruolo e, probabilmente, se non “spinto” della mobilitazione popolare e dall’intervento dei comunisti che sono e fanno i comunisti, difficilmente lo farà. Sicuramente, però, continuerà a “preoccuparsi” e a piagnucolare, come tipico della sinistra borghese davanti all’iniziativa della destra reazionaria ed eversiva, non avendo nient’altro di concreto da proporre in alternativa.
Quello che è certo, è che la banda Berlusconi si sta muovendo per coprire le spalle a Riva e permettergli di continuare con il suo sterminio in nome del profitto. Insomma, la banda Berlusconi, in nome della solidarietà di classe, sta intervenendo in difesa di un componente della sua classe, a danno delle masse popolari. Intervento questo in linea con la decisione di aprire in Campania degli inceneritori per far contenta la Camorra e le altre componenti della borghesia che ricavano profitti dagli inceneritori, di costruire una nuova base USA a Vicenza per far contenti gli imperialisti statunitensi, di chiudere gli occhi davanti alle imprese del più grande evasore fiscale del nostro paese: il Vaticano e la sua Chiesa. La lotta di Pianura, Chiaiano, Vincenza e Val Susa dimostrano però che è possibile tener testa a questi attacchi ai diritti delle masse popolari e contrastare i progetti della borghesia. In particolare la lotta di Vicenza dimostra l’efficacia di unire la mobilitazione popolare con l’intervento nelle contraddizioni presenti nel campo borghese.
Perché non utilizzare anche voi a vantaggio della lotta che state conducendo a Taranto contro la repressione, in difesa dei diritti politici e della salute delle masse popolari le contraddizione interne alla classe dominante, per rafforzare la battaglia che state giustamente portando avanti?
Ci permettiamo di avanzare alcune proposte.
Oltre a promuovere la mobilitazione e la solidarietà tra le masse popolari, sarebbe opportuno spingere consiglieri comunali, provinciali, regionali, sindaci, presidenti della provincia e lo stesso Nichy Vendola a prendere posizione contro Riva e contro l’interferenza del governo. Organizzare presidi davanti al comune, al consiglio provinciale e regionale per costringerli a prendere posizione, pretendendo inoltre la parola durante i vari consigli sollevando la questione.
Bisogna intervenire nelle contraddizioni presenti nel campo borghese, per volgerle a nostro favore, per rafforzare la nostra lotta. Non bisogna farsi legare le mani dalle concezioni estremiste, da duri e puri, che non permettono di adottare una tattica veramente offensiva, anche in una situazione di difensiva strategica. L’esperienza insegna che bisogna giocare d’attacco, avere l’iniziativa in mano. Solo attraverso questa linea offensiva, che si articola sia nel campo delle masse popolari (questo è l’aspetto principale) promuovendo la denuncia, la solidarietà e la mobilitazione e anche nel campo della borghesia (aspetto secondario, subordinato al principale e che lo rafforza), promuovendo la presa di posizione, è possibile vincere. Erroneamente voi dite che siamo già nel fascismo. Con questa analisi estremista non vedete che le contraddizioni che presenta l’attuale forma di regime, il regime di controrivoluzione preventiva, sono molte più rispetto a quelle di un regime fascista: nel regime di controrivoluzione preventiva la borghesia cerca di apparire democratica e, quindi, si dota di istituti, come il “teatrino della politica borghese”, in cui le masse popolari possono in una certa misura intervenire, a patto che restino in una posizione di subordinazione ideologica, politica e organizzativa alla borghesia. Nel regime fascista questo non esiste: è un regime terroristico della borghesia, in cui i due campi, quello della classe dominante e quello delle masse popolari, si contrappongono apertamente e la repressione e il terrorismo dello Stato è la principale forma con cui la borghesia esercita il suo intervento su di esse. La destra reazionaria ed eversiva vuol giungere all’instaurazione di un regime dittatoriale e sta muovendo dei passi significativi in questo senso, ma ancora non ha raccolto sufficienti forze e consensi attorno a questo obiettivo (la borghesia imperialista è infatti divisa al suo interno: sia su qual è il modo migliore per tenere sottomesse le masse popolari, sia perché ogni gruppo che la compone aspira a imporre i suoi interessi come “interessi della nazione” rispetto a quelli dei gruppi concorrenti) . Più l’attività dei comunisti, che sono e fanno i comunisti in ogni campo della lotta di classe, sarà efficace, più la classe dominante sarà in difficoltà nel portare avanti questo progetto (e comunque, se la classe dominante riuscirà ad imporlo, le masse popolari saranno allenate, all’altezza della situazione, più pronte a rivolgerglielo contro trasformando la mobilitazione reazionaria in mobilitazione rivoluzionaria) : nel regime di controrivoluzione preventiva, infatti, le masse popolari (o “opinione pubblica” come la chiamano i borghesi) sono il “tallone d’Achille” dalla classe dominate. E’ su questa base che vi lanciamo l’appello ad intervenire anche nelle contraddizioni presenti nel campo borghese, come abbiamo su proposto, per volgerle a vostro favore ed impedire l’unificazione della borghesia intorno ad un’unica linea, sia sull’Ilva, sia sulla vostra repressione.
E’ attraverso questa linea che accumulerete tutte le condizioni per vincere le battaglie contro la repressione e la difesa dei diritti delle masse popolari del territorio, acquistando prestigio e rafforzando l’influenza e l’orientamento comunista tra di esse, ponendo basi solide per far avanzare la rinascita del movimento comunista, per accumulare forze intorno alla lotta per l’emancipazione dei proletari dallo sfruttamento economico, dell’oppressione politica e dall’arretratezza culturale.

Cogliamo l’occasione per lanciarvi l’appello a
- aderire e partecipare al presidio che terremo il 5 novembre ad Ancona davanti al Tribunale (Palazzo di Giustizia, Corso Mazzini, 95, ore 9:00) in occasione dell’udienza preliminare per “diffamazione del PM Paolo Giovagnoli” montata contro di noi dal PM Marco Pucilli su mandato dello stesso Giovagnoli, perché abbiamo osato chiamarlo con i suoi veri nomi: “novello Torquemada” e “giudice dal 270 bis facile”.
- inviare e far inviare fax di protesta al GUP di Ancona (Paola Mureddu, fax: 07.12.07.28. 63) che terrà l’udienza preliminare
- aderire e partecipare al presidio del 13 novembre a Roma, davanti la Cassazione (piazza Cavour ore 9:00), in solidarietà con gli antifascisti dell’11 marzo che quel giorno avranno la loro udienza di Cassazione e contro il duplice ricorso in Cassazione fatto da Giovagnoli e da Marcello Branca, Avvocato Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Bologna, contro il “non luogo a procedere” emesso il 1° luglio dal GUP Rita Zaccariello di Bologna nei confronti dell’inchiesta per “associazione sovversiva” montata da Giovagnoli, su mandato della destra reazionaria, contro il (n)PCI, il Partito dei CARC e l’ASP.

Vi rinnoviamo la nostra solidarietà e sostegno e vi salutiamo a pugno chiuso!
Facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!

domingo, 2 de noviembre de 2008

Celebrando la Revolución de Octubre


Con motivo de un nuevo aniversario de la Gran Revolución Socialista de Octubre traemos un articulo del camarada Dimitrov con motivo del 3º aniversario, en 1920



J. Dimitrov
El tercer aniversario de la Revolución Rusa
Escrito: 1920Primera Edición: En Rabotnicheski Vestnik n. 100, 3 de noviembre 1920Digitalización: AritzFuente: J. Dimitrov, Obras Completas, Editorial del PCB, 1952

Esta Edición: Marxists Internet Archive, año 2001


El 7 de noviembre de 1917 (25 de octubre, estilo antiguo) los obreros y campesinos rusos bajo la dirección del partido de los bolcheviques derribaron al gobierno burgués de coalició,n creado después de la Revolución de Febrero y entregaron todo el poder de la inmensa Rusia, con muchos millones de habitantes, en manos de los Soviets de obreros y campesinos.
Esta fue la primera victoria del proletariado revolucionario internacional sobre el capitalismo y el imperialismo; el comienzo de la revolución mundial.
La gran obra del proletariado ruso fue acogida por los enemigos de la Revolución tanto en Rusia, como en todos los demás países, con ruidosos vaticinios, presagiando que le poder de los Soviets no podría mantenerse más de unas semanas, que se desplomaría ineludiblemente por no poder los obreros y campesinos resolver los problemas extraordinariamente complejos de la vida económica y del Estado en un país tan inmenso como Rusia.
Sin embargo, los imperialistas internacionales y sus instrumentos -desde los conservadores más extremos hasta los socialtraidores más izquierdistas- cosecharon muy pronto grandes desilusiones. El Poder Soviético, a pesar de las enormes dificultades internas y externas, no sólo no iba a su hundimiento, sino que se afianzaba cada día más, emprendiendo audazmente transformaciones radicales y la edificación del régimen comunista en el país.
Entonces se produjeron rabiosos e incesantes ataques militares, por medio de los ejércitos contrarrevolucionarios de Kolchak, Yudenich y Denikin, organizados y financiados por los imperialistas de la Entente y acompañados por un bloqueo económico de la Rusia Soviética, contra el pueblo ruso libre, que había tomado el poder en sus manos.
Los imperialistas se regocijaban y esperaban a cada instante destruir un nido tan peligroso para ellos como lo era la revolución proletaria mundial. Sus agentes y la prensa generosamente pagada por ellos, pregonaban por todo el mundo la próxima desaparición de la Rusia bolchevique de la faz de la tierra.
Comenzaron meses muy duros y críticos para la República Socialista Federativa Soviética de Rusia, meses de privaciones, derramamiento de sangre y sacrificios. Los obreros y campesinos rusos crearon, sin embargo, su glorioso Ejército Rojo revolucionario, jamás visto hasta entonces en el mundo, que combatía con la clara conciencia de que lo hacía no sólo en defensa de su patria socialista contra los rapaces imperialistas, sino también por desbrozar el camino para la completa liberación de toda la humanidad trabajadora. Y este Ejército Rojo barrió y aniquiló definitivamente a las hordas contrarrevolucionarias de Kolchak, Yudenich y Denikin.
Pero cuando, después de esta brillante victoria, la Rusia Soviética transformaba su Ejército Rojo en ejército del trabajo y se preparaba para dedicarse por entero a su reconstrucción interior y a la edificación del nuevo régimen, los imperialistas de la Entente arrojaron sobre las espaldas del pueblo ruso el ejército de la Polonia Feudal bien organizado y equipado por la Entente.
Pero este ataque traidor tramado desde hacía mucho tiempo y preparado cidadosamente, fue rechazado por el Ejército Rojo y terminó no con el hundimiento del régimen soviético, como esperaban los imperialistas, sino con la firma de un tratado entre Polonia y la Rusia Soviética.
El tratado de paz concluido con Polonia permite hoy a la Rusia Soviética ajustar sus cuentas con el último ejército contrarrevolucionario en territorio ruso, el ejército del barón Wrangel, que amenazaba seriamente a la Rusia Meridional y que ya está sintiendo el puño de los valientes obreros y campesinos rusos.
Transcurrieron tres años en constantes luchas sangrientas contra la contrarrevolución del imperialismo.
Hay que resaltar de manera particularmente vigorosa, que todo esto se debe también en gran medida a los sindicatos obreros rusos. Después de la Revolucicón de Octubre (1917) tras de pasar el poder a manos de los Soviets de obreros y campesinos, los sindicatos obreros dejaron de ser organizaciones destinadas a la lucha contra la explotación capitalista, a la cual se le asestó un golpe mortal por la revolución proletaria. Estos se convirtieron en colaboradores activos del poder soviético, y en un firme sostén de la dictadura del proletariado.
Los sindicatos obreros rusos no sólo volcaron todas sus fuerzas en la lucha contra la ruina económica, socializacón de la gran producción, restablecimiento del transporte desorganizado y aumento máximo de la productividad del trabajo, sino que tomaron y siguen tomando una parte muy activa en el aplastamiento de la contrarrevolución, rechazando los ataques de los ejércitos contrarrevolucionarios imperialistas. Millares de ellos cayeron en los campos de batalla y los demás no escatimaron sus esfuerzos por dotar al Ejército Rojo de todo lo necesario para su victoria.
Y hoy, cuando se celebra el tercer aniversario de la gran Revolución rusa, puede decirse sin vacilación alguna que su causa hubiera fracasado, de no contar con la participación admirable de los sindicatos obreros en ella.
Sirviendo con todas sus fuerzas a la causa de la revolución proletaria, los sindicatos rusos no se encerraron, sin embargo, en sus fronteras nacionales. Profundamente impregnados de las ideas del comunismo, se consideraron obligados a colocarse al frente de la lucha por la unidad revolucionaria del movimiento sindical de todos los países, bajo la bandera de la Tercera Internacional Comunista, en nombre de la revolución comunista y de la dictadura del proletariado mundial.
El Consejo Internacional de los Sindicatos, formado por iniciativa de los sindicatos obreros rusos, que representa el principio de la Internacional Sindical Roja, contrariamente a la Federación Sindical amarilla, traidora de Ámsterdam, une diariamente en torno a sí a masas cada vez más extensas de obreros organizados sindicalmente en todos los países. La minoría de la Confederación General del Trabajo de Francia se adhirió no hace mucho a ella y esta minoría se convertirá en un próximo futuro en una inmensa mayoría. Los movimientos obreros revolucionarios de Italia e Inglaterra impulsan rápidamente a los sindicatos hacia la Internacional Sindical Roja. La situación general revolucionaria en toda Europa contribuye a que las organizaciones sindicales de masas abandonen la esfera de influencia de los viejos líderes traidores y de la Federación de Ámsterdam y adherirse al frente revolucionario del proletariado internacional. Las uniones sindicales de los países balcánicos y danubianos se han adherido ya sin reservas al Consejo Internacional de los Sindicatos y conjugan sus esfuerzos en una Federación Sindical Balcánico-Danubiana como parte de la Internacional Sindical Roja.
Sólo en unos meses (julio-octubre) el Consejo Internacional de los Sindicatos de Moscú consiguió agrupar a unos ocho millones de obreros organizados sindicalmente en los diferentes países.
El tercer aniversario de la Revolución proletaria rusa coincide con el proceso de la rápida unificación revolucionaria de las masas obreras en todos los países y presagia el próximo despliegue de la revolución proletaria mundial y el triunfo de la dictadura del proletariado en todo le mundo.
Los proletarios rusos, gracias a su sangre generosamente derramada, abrieron el camino de la liberación de la humanidad trabajadora. Conmemorando su gran obra histórica, los proletarios búlgaros se preparan intensamente para cumplir su deber con dignidad: asegurar la victoria de la revolución comunista en su propio país.

La izquierda en la India: (y 2) hacia la perdida de identidad



La izquierda en India (y II): hacia la pérdida de identidad
Alberto Cruz
CEPRID

India es uno de los pocos países del mundo donde hoy el término “marxista” es sinónimo inequívoco de izquierda. Nada de “nueva izquierda”, ni “socialismo del siglo XXI” ni eufemismos semejantes que tanto éxito están teniendo, sin entrar en consideraciones a cerca de lo que hay detrás de dichas etiquetas, en Europa o en América Latina, por poner un ejemplo. En India todo el mundo sabe que los marxistas son quienes durante años han mantenido en alto la bandera de la política social, de la lucha contra las multinacionales, de la defensa a ultranza del sector público, de la reforma agraria, de la educación gratuita… y se ha hecho desde dos ámbitos totalmente opuestos: el legal, representado básicamente por el Partido Comunista de India y el Partido Comunista de India (marxista), y el armado, encabezado por el Partido Comunista de India (maoísta) y el Partido Comunista Marxista-Leninista Guerra Popular.
La lucha armada está en auge y se desarrolla en 14 de los 28 estados de India, con desigual implantación de la guerrilla pero que se ha convertido ya en un fenómeno de alcance nacional (1) y ello se debe a tres factores: la unificación de las diferentes organizaciones maoístas, la crisis económica y el deterioro en la imagen de la izquierda parlamentaria por sus prácticas políticas en los últimos cuatro años, especialmente tras la represión de un movimiento popular en contra de la instalación de una Zona Económica Especial en la localidad de Nandigram el 14 de marzo de 2007. Ese día 14 campesinos murieron al reprimir la policía su protesta, que se venía realizando, y era un movimiento en ascenso, desde que en diciembre de 2006 el gobierno anunciase la aprobación de la ZEE.
Nandigram está situado en Bengala Occidental, un estado que gobierna el Frente de Izquierda, hegemonizado por el Partido Comunista de India (marxista) desde hace 30 años. En su periódico “Democracia Popular”, el PCI (m) justificó la represión argumentando que habían sido los campesinos quienes habían iniciado los ataques contra los militantes del PCI (m), matando a algunos de ellos, y enfrentado repetidamente a la policía al tiempo que se negaban a aceptar el acuerdo que les proponía el gobierno de Bengala (2). Meses más tarde, en una concentración masiva en el mismo lugar el primer ministro acusó a los maoístas de estar detrás de las movilizaciones campesinas reprimidas de marzo, defendió la ZEE como “los imperativos del desarrollo” y dijo a sus bases que la creación de nuevas industrias no iba a debilitar la agricultura, un terreno en el que el PCI (m) siempre ha estado en la vanguardia de lucha, sino que la iba a consolidar y agrandar (3).
Sin embargo, la represión de Nandigram está comenzando a ser considerada como el principio del fin de la izquierda parlamentaria, tal y como se la conoce hasta ahora. Los dalits, los intocables en el sistema de castas hindú, se han volcado hacia los maoístas; los campesinos pobres también. Hay que recordar que en India cuatro quintas partes de la población viven con poco más de un euro al día. Y por si fuese poco, un importante sector de los intelectuales está reclamando a los maoístas la formación de un nuevo frente, de carácter inequívocamente revolucionario, que rompa con la inercia de una izquierda tradicional que cada vez se ve más envuelta en casos de corrupción y que está asumiendo con una rapidez desmesurada los planteamientos socialdemócratas con tal de conservar el poder. La izquierda india, inequívocamente marxista, que sobrevivió e incluso extendió su influencia tras el derrumbamiento de la Unión Soviética y conservó prácticamente intacto su capital moral e intelectual, ve ahora seriamente dañada su credibilidad.
De la vanguardia…
No siempre ha sido así. El PCI (m) cuenta con una larga tradición de gobierno en varios estados de India, con Bengala Occidental como principal referente. Este estado, de 80 millones de habitantes, cuenta con gobierno comunista desde 1977 –el PCI (m) hegemoniza el Frente de Izquierda, que cuenta con un total de 235 escaños de los 294 con que cuenta la Asamblea de Bengala Occidental, de esos 235 escaños de la coalición 176 están en manos del PCI (m)- y es considerado el estado modelo para la gestión de la izquierda, así como el espejo donde debe mirar la izquierda parlamentaria india.
En él se hizo una reforma agraria por primera vez en India, con redistribución de la tierra ociosa y mayor protección en la tenencia de tierra a los campesinos, se otorgó carta de ciudadanía a los migrantes ilegales de Bangladesh y se fomentó la participación popular a través de unas instituciones conocidas como panchayats que tienen como misión implementar y controlar los problemas de tierras, entre otros. Se ha dado más presencia a los trabajadores, rurales y urbanos, a las mujeres y a los marginados dalits que en cualquier otro estado de India y se ha ido experimentando un crecimiento económico sostenido en el que los pequeños productores han tenido un papel importante, por no decir el más importante.
También ha tenido sus problemas: el paro, cada vez mayor entre la población, el estancamiento en la alfabetización y educación y lo que es más significativo, el aumento de las desigualdades de acceso a la educación según se sea hombre o mujer, se pertenezca a una u otra clase social (aunque habría que hablar más bien de casta) o se sea originario de tal o cual región de Bengala. Ello ha hecho que a pesar de que el apoyo electoral al Frente de Izquierda no haya dejado de crecer hasta 2006, los sectores más politizados de la población se hayan comenzado a fijar en la guerrilla naxalita como referente revolucionario. Junto a Bengala Occidental, el Frente de Izquierda gobierna otros cuatro estados: Kerala, Tripura, Tamil Nadu y Manipur. En los dos primeros, el PCI (m) es la fuerza hegemónica mientras que en los dos últimos está en minoría.
En Kerala (32 millones de habitantes) fue donde por primera vez los comunistas indios formaron gobierno en 1957 y desde entonces han gobernado intermitentemente hasta que en 1996 consiguieron volver a ganar en las elecciones, victoria que se ha venido repitiendo hasta el momento actual, donde cuentan con 61 de los 140 escaños del Frente de Izquierda, que gobierna en mayoría absoluta. Su principal logro es la educación, convirtiendo a este estado en el primero de India en cuanto a los mejores parámetros educacionales, tanto en primaria como en secundaria, de todo el país. Esto, unido a que es el estado indio con menor porcentaje de mortalidad infantil, hace de Kerala prácticamente una isla dentro de India: apenas hay industria, pues los capitalistas abandonaron el estado ante la pujanza de los sindicatos, amparados por el gobierno, y ello ha hecho que Kerala sea hoy el paradigma del igualitarismo social: un salario mínimo decente, un sistema de distribución muy eficiente que surte a las tiendas de toda clase de artículos a precios subvencionados y una reforma agraria que ha distribuido entre un millón y medio de campesinos arrendatarios las propiedades de los terratenientes.
En estos momentos en Kerala se discute sobre las Zonas Económicas Especiales que quiere poner el gobierno central por toda India. El gobierno admitirá “un cierto grado de industrialización”, aunque aún no tiene claro de qué tipo y si será dentro de una ZEE o no. Es más, como si fuese un programa experimental, está permitiendo a las empresas radicadas en el estado, críticas con la “excesiva” lucha sindical y las permanentes reivindicaciones de los trabajadores, importar mano de obra de otros estados y así librarse de esas molestias sindicales. En este estado el PCI (m) está sumido en una importante lucha interna entre quienes son partidarios de una política económica más “abierta y liberal”, como el secretario general Pinarayi Vijayan, y quienes consideran que hay que seguir manteniendo la postura tradicional de apoyo principal a los agricultores, a los sectores populares y, de forma especial, a los adivasis (indígenas) por ser los principales afectados por la industrialización.
El otro estado que gobierna el Frente de Izquierda en mayoría absoluta es Tripura (3’5 millones de habitantes). El PCI (m) cuenta con 46 de los 60 escaños de la coalición. Y en minoría, como se ha dicho antes, participa en el gobierno del Frente de Izquierdas en los estados de Tamil Nadu (65 millones de habitantes), donde cuenta con 9 diputados de un total de 264 que tiene la coalición, y en Manipur (2’5 millones), aunque aquí no tiene representación parlamentaria.
… a la pérdida de identidad
La izquierda india ha vivido en la cresta de la ola durante mucho tiempo. Tanto que se convirtió en imprescindible cuando, en las elecciones de 2004, logró su mejor resultado electoral en toda la historia de India, con 60 escaños en la Lok Sabha (Cámara del Pueblo) –de ellos 44 fueron conseguidos por el PCI (m) y 10 por el Partido Comunista de India- y ello le sirvió para negociar con la Alianza Progresista Unida, formada por tres partidos centristas liderados por el Congreso Nacional de la India (que cuenta con 145 escaños de un total de 182 logrados por la coalición), un programa mínimo que permitió a la APU formar gobierno recibiendo el apoyo desde fuera, es decir, sin representación alguna en el gobierno, del Frente de Izquierda.
Ese programa mínimo no era revolucionario, pero estableció una amplia agenda socialdemócrata: aumento del gasto público para atención a la población rural pobre, potenciación del papel de la mujer, aprobación de una ley de bosques, abolición del trabajo infantil, derogación de la ley antiterrorista y elaboración de otra más garantista, etc. Al mismo tiempo, al apoyar al gobierno desde fuera el Frente de Izquierda pudo bloquear la privatización de las empresas más rentables del sector público, telecomunicaciones, aviación civil y la entrada del capital financiero especulativo en los planes de pensiones, por poner un ejemplo.
En la política exterior, el Frente de Izquierda aceptó la postura de la UPA de mejorar la relación con EEUU “siempre que se mantuviese la independencia de India en todas las cuestiones regionales y mundiales”, lo que permitió que India no enviase tropas al Irak ocupado en 2003, como le pidió EEUU, y se acordase la construcción de un oleoducto gasístico con Irán a través de Pakistán. Sin embargo, a raíz de Nandigram el gobierno central indio ha sabido a aprovechar la pérdida de credibilidad de la izquierda parlamentaria para zafarse del programa mínimo y lanzar una ofensiva neoliberal tanto en el plano interno como en el externo.
En el primero la historia venía de antes y es lo que desencadena Nandigram: la creación de 339 Zonas Económicas Especiales que, gracias a las desgravaciones fiscales que hacen que las empresas no paguen ningún impuesto, gozan de ventajas fiscales y económicas para favorecer la productividad y donde se puede eludir la legislación normal del país en materia laboral, sindical y ambiental con el objetivo de atraer inversores locales y extranjeros. En estos momentos en India hay ya 40 ZEE en funcionamiento y la izquierda parlamentaria está claramente a la defensiva en este terreno o, como en el caso de Bengala Occidental, hablando de “los imperativos del desarrollo”.
En lo segundo, la historia también venía de antes, del año 2005 para ser exactos. Ese año el gobierno central indio firmó un Acuerdo Marco de Defensa con EEUU en virtud del cual ambos países pasaban a ser aliados estratégicos y se enfrentaban directamente a China, realizando maniobras militares conjuntas, especialmente navales, en las cercanías de las vías marítimas que suelen utilizar los chinos. Si bien el Frente de Izquierda se opuso a este acuerdo, no se planteó en ningún momento derrocar al gobierno puesto que sólo llevaba un año en el poder y, simplemente, optó por dejar hacer. De esos polvos se ha llegado al lodo de la aprobación del acuerdo nuclear con EEUU, impulsado por el gobierno de la APU aprovechando el desconcierto de amplios sectores de la izquierda, especialmente entre los intelectuales, a raíz de Nandigram.
No es extraño, por lo tanto, que el PCI (m) dedique gran parte e su producción teórica en los últimos tiempos a criticar a los intelectuales que criticaron, a su vez, al partido cuando Nandigram. “El fenómeno de varios intelectuales que hasta ayer estaban con la izquierda contra el fascismo comunal y ahora se han vuelto contra el partido requiere un análisis serio”, dice el principal órgano de los comunistas bengalíes (4). Y lo hace con un argumento que en occidente es familiar: acusa “a la mayoría” de esos intelectuales de ser anti-izquierda organizada, “especialmente anticomunista y, en particular anti PCI (m)”, de formar parte de “las filas de simpatizantes naxalitas” y de ser “populistas”, entre otras cosas.
Nandigram marca un antes y un después para la izquierda parlamentaria india. Ya nada será igual. Por una parte, porque la base tradicional de los comunistas indios está mirando cada vez con mayor simpatía hacia los naxalitas; por otra, porque la intelectualidad india aboga abiertamente por la creación de un nuevo frente de izquierda revolucionario que estaría liderado por los naxalitas. Y si hay que hacer caso de las encuestas, no se avecinan buenos tiempos para la izquierda parlamentaria india puesto que de los 60 escaños actuales pasarían a entre 39 y 43 en las elecciones generales de mayo del año que viene. Tal vez por esta razón, el Frente de Izquierda está dando un impulso a su presencia pública, bien anunciando una serie de movilizaciones contra la presencia de barcos estadounidenses en aguas indias para la realización de otras maniobras navales conjuntas, bien apoyando desde los gobiernos que controla (Bengala, Tripura y Kerala decretaron un paro general el 20 de agosto en solidaridad los trabajadores) las reivindicaciones, principalmente de los trabajadores del sector público, que vienen realizando huelgas en contra de las políticas neoliberales del gobierno y del alza de precios, o bien criticando al gobierno central por su desprecio al parlamento (en lo que va de año la Lok Sabha re ha reunido sólo 35 días) al negarse a convocar la cámara para discutir una moción de confianza tras la aprobación del acuerdo nuclear con EEUU el pasado mes de julio.
Al mismo tiempo, el Frente de Izquierda está abierto a la discusión con otras formaciones políticas para crear una “tercera fuerza política” capaz de competir por el poder con los centristas de la APU y con los derechistas del Bharatiya Janata (138 escaños) que les permita si no formar gobierno, sí al menos negociar de igual a igual con quien resulte vencedor de las elecciones.
El Comité Central del PCI (m), reunido el pasado 12 de octubre en Kolkata (la antigua Calcuta, capital de Bengala Occidental) decidió adoptar una plataforma electoral “amplia” con el objetivo principal de derrotar a la APU por su “alianza estratégica con los EEUU y la aprobación de políticas económicas antipopulares” y al BJ por ser un partido reaccionario. Para ello, está dispuesto a ampliar el Frente de Izquierda con otros partidos de corte regionalista y étnico (5). De forma especial, el Frente de Izquierda plantea un acercamiento al Partido de la Sociedad Mayoritaria, una formación que comenzó como un partido de los dalit y que no ha tenido escrúpulos a la hora de aliarse con la APU o con el BJ cuando lo ha estimado conveniente.
“La historia no se mueve a ritmo de la justicia”, dicen los impulsores de esta estrategia cuando se les critica el hecho de que esta alianza va a suponer una rebaja de los principios programáticos de la izquierda, y añaden que se trata de encontrar una nueva forma de trabajar con estos partidos para forjar “una sociedad unida” en torno a una plataforma de principios porque, el caso contrario, “sería suicida mantener una postura sectaria” en aquellas zonas de India donde las organizaciones de izquierda son débiles. Las elecciones de mayo de 2009 pondrán de manifiesto la eficacia de esta “tercera fuerza” y si este tipo de maniobras sirven para la creación de una nueva dinámica política en India al margen, o enfrente, de los partidos tradicionales. Los naxalitas se beneficiarán, en cualquier caso, tanto del éxito de esta fórmula como de su fracaso.

Notas:
(1) Alberto Cruz, “La izquierda en India (I): la revolución naxalita” http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article278
(2) Declaración del ministro principal, Buddhadeb Bhattacharya, en la Asamblea de Bengala Occidental el 15 de marzo de 2007.
(3) Democracia Popular, 30 de diciembre de 2007.
(4) Ganashakti, 17 de octubre de 2008.
(5) Resoluciones del Comité Central del PCI (m), 14 de octubre de 2008.

Alberto Cruz es periodista, politólogo y escritor especializado en Relaciones Internacionales.

viernes, 31 de octubre de 2008

SOLIDARIDAD CON LOS CAMARADAS DE PROLETARI COMUNISTI Y DEL (N)PCI


Basandose en falsas acusaciones las autoridades italianas han montado una operación de acoso a los camaradas de Proletari Comunisti, cercanos al PC-maoísta y al sindicato de clase Slai-Cobas asi como a camaradas cercanos al (n) PCI.

La conocida sindicalista, camarada Margherita Calderazzi, de Taranto, ha sido condenada a pagar una multa de 100.000,00 € como supuesta autora de una pintada en los muros de la contaminante fabrica Ilva, en la que se calificaba de asesino a Riva, patrón de la fabrica.

La policia en clara complicidad con la patronal ha hostigado con registros y detenciones a los camaradas comunistas.

Cuando el reaccionario y neo-fascista goberno Berlusconi se enfrenta a una amplia protesta popular, es mas necesario que nunca que la solidaridad internacional con los autenticos comunsitas, recuerde a los reaccionarios que los camaradas italianos no estan solos. Es por esto que hacemos el presente llamamiento a nuestros lectores y lectoras, a las organizaciones sindicales y politicas populares a participar en las siguientes acciones:


El 5 de noviembre del 2008


Enviar faxes al GUP de Ancora: Paola Mureddu, fax 07.12.07.28.63


Mensajes de solidaridad al Slai-cobas en el correo electronico: cobasta@libero.it



Viva la unidad del proletariado internacional !

Viva la clase obrera italiana y su vanguardia comunista !

Viva el Marxismo-Leninismo-Maoísmo !


jueves, 30 de octubre de 2008

Enver Hoxha, Raúl Marco y los comunistas en el Estado español


Con motivo de la celebración en Octubre del aniversario del nacimiento de Enver Hoxha, el maximo dirigente del recien reconstiuido PCE-ml, Raul Marco, intervino en los actos en nombre de su partido y de la CIPOML .

El texto que puede verse en la pagina del www.pceml.info/internacional es un ejemplo del escaso rigor con que tratan el marxismo estos neohoxhistas o mas bien.... no lo aplican en absoluto.

No solo no hacen un balance de la figura de Enver Hoxha, de sus aciertos (y los tuvo) y sus errores sino que pasan de puntillas, para envueltos en grandes frases escamotear la necesaria critica y auto-critica. Parece que el revisionismo y luego el capitalismo gansteril de Berissa cayeron del cielo sobre los buenos y puros comunistas albaneses.

Si, rigurosa aplicación del Leninismo. Creo que hasta los albaneses debieron de sorprenderse


Raul Marco, conocido por su furibundo anti-maoísmo, casi mayor que sus mentores del PTA, pretende presentarse como el campeón de la unidad comunista en el Estado español.

¿Unidad en torno a que? ¿A ese estilo de borrón y cuenta nueva pero, yo tenia razon que tanto le gusta a Raul Marco?

Es necesario reconstiuir destacamentos comunistas en el Estado español, posiblemente cuatro, pero con un debate serio, riguroso y no desde falsas bases eclepticas o neo-dogmaticas.

Si de verdad quieren los los compañeros del PCE-ml trabajar por la unidad y por la revolución en el Estado español,tendran que hacer una seria y profunda critica y autocritica de su historia.


Catalunya: CRIDA A LA MANIFESTACIÓ DEL DIA 5 DE NOVEMBRE


CRIDA A LA MANIFESTACIÓ DEL DIA 5 DE NOVEMBRE
QUE LA CRISI LA PAGUIN ELLS: NO ALS ACOMIADAMENTS


Convoquem a cridar, tots junts, No als EROs!, i a exigir a la Generalitat que no accepti cap acomiadament i tiri els EROs endarrere. Per què Montilla i la consellera Sernano han deixat ja clar que rebutjaran uns EROs totalment inacceptables com els de Nissan o Pirelli, per no parlar del de Frigo?Segons les declaracions oficials de la Generalitat, estan esperant que aquestes multinacionals presentin una caricatura de “pla de futur” per començar la pressió sobre els treballadors/es perquè acceptin uns acomiadaments totalment injustificables. Quan va haver-hieleccions, els partits del Tripartit van cridar els treballadors/es perquè els votessin. Ara, amb qui estan, amb els treballadors o amb la patronal, que vol tancar i acomiadar? Demanem també que el protagonisme el prenguin les assemblees de treballadors/es, és a dir, la democràcia. Res no s'ha de decidir sense elles. No es pot tampoc pasterejar per al final, quan ja no hi ha sortida, i posar a votar un acord “o ho prens o ho deixes”. Els sindicats han de sotmetre's a les decisions dels treballadors/es i no aquests a les cúpules sindicals. Que ningú decideixi per tu!Cridem a coordinar les lluites des de baix i a presentar una resposta unificada. Només la unitat ens permetrà augmentar la correlació de forces i vèncer el poder d'aquestes multinacionals sobre els governs.No hi ha excuses per no llançar ja la convocatòria d’una Vaga General a Catalunya, per deixar clar davant la patronal i l'Administració que la classe treballadora catalana ens solidaritzem amb els companys/es afectats pels acomiadaments i estem disposats a lluitar ferm per defensar col·lectivament els nostres drets.


Comitès d'empresa, delegats i treballadors de Simón, Frape, Frigo, Delphi, Magneti Marelli, Sintermetal, Estampacions Sabadell, EDS, Nissan, Pirelli,

convoquem, amb aquests lemes propis, a la manifestació del dia 5/11/08, 18 h, a Pça Catalunya / Portal de l'Àngel:

Hi dóna suport:

XARXA CONTRA ELS TANCAMENTS I LA PRECARIETAT

Debate sobre el POUM (2)


esta es la siguiente parte del articulo de Albert Escusa tomado de kaosenlared. Invitamos a nuestros/as lectores/as a participar en este debate.



Un fantasma atemoriza a los anticomunistas de izquierda: el fantasma de la “burocracia”
Es evidente que el hecho de participar profesionalmente en política o en el movimiento sindical es una necesidad que tienen los representantes de la clase obrera para defender sus intereses, y así fue teorizado por Lenin, ya que es de sentido común que los dirigentes no se forman en dos días, y aún menos cuanto el apoliticismo del ciudadano común es la norma. Pero con la crítica permanente a lo que los anticomunistas de izquierda llaman «burocracia estaliniana», se consigue el efecto de trastocar la realidad por la ideología. El término “burocracia”, al ser tan indefinido, se puede instrumentalizar de forma demagógica como pueda serlo el de “estalinismo”. ¿Qué significa realmente la palabra “burocracia”? Como los anticomunistas de izquierda no osan dar ninguna definición para poder mantener la ambigüedad a su conveniencia, veamos qué se entiende corrientemente por “burocracia”. Según el Diccionari de la Llengua Catalana, “burocracia” es: 1) autoridad, influencia excesiva de los funcionarios públicos en los asuntos del Estado; 2) conjunto del personal administrativo, y 3) sistema de tareas, de procedimientos y de actividades a cargo de un cuerpo de personal administrativo. Así pues, transplantado el término “burocracia” a la época soviética, tan burócrata era el humilde conserje de una escuela de barrio, un policía municipal, el administrativo de un soviet urbano, el director de una empresa estatal (ya fuera honrado o corrupto), o el Comisario de Guerra León Trotsky, con el agravante de que éste último disponía de un poder infinitamente mayor sobre las cuestiones del Estado y del partido que el de la mayoría de la burocracia soviética a la que criticaba.
El falso antiburocratismo de Trotsky y del POUM
Los anticomunistas de izquierdas, al utilizar indiscriminadamente el concepto de “burocracia”, socavan la necesidad que tienen los trabajadores de tener representantes sindicales y políticos a tiempo completo, y desprestigian la necesidad de la participación política entre las masas, llevándolas al apoliticismo y haciéndolas presas de la reacción. Además, en el fondo, para los anticomunistas de izquierda el problema se reduce a nombres. Si son sus líderes los que ocupan los cargos, entonces no son burócratas, sino la personificación de la democracia pura. Si los cargos los ocupan los líderes del grupo rival, entonces son «burócratas degenerados». Pero puestos a analizar a la burocracia, ¿de qué vivían Trotsky, Andreu Nin, Julián Gorkin, Joaquín Maurín y tantos otros “antiburócratas”? No tenemos noticias que pasaran mucho tiempo de su vida en una cadena de producción de una fábrica, o doblando el espinazo en la agricultura, o haciendo los tipos de trabajo asalariado que realiza normalmente la clase obrera produciendo plusvalía. Por el contrario, vivieron como políticos profesionales en cuanto tuvieron la menor oportunidad. Trotsky en cuanto pudo fue un profesional de la revolución a tiempo completo (un burócrata de la revolución), que no vivía de su propio trabajo. Fue parte de la “nomenklatura”, alto dirigente del partido y el Estado, que creó asimismo una red clientelar de burocracia con la que ganar apoyos. Fue pues, un gran burócrata, que se volvió contra la “burocracia” no por ser “antiburócrata”, sino porque sus posiciones políticas fueron derrotadas por la mayoría. Cuando fue al exilio tampoco sudó una gota produciendo plusvalía para los burgueses, sino que pasó a ser miembro máximo de la “nomenklatura” en la corriente política formada por él, que se pasó a llamar IV Internacional.
Andreu Nin, Joaquín Maurín, Julián Gorkin y otros fueron, desde principio de los años veinte, altos dirigentes de sus organizaciones y llegaron a ser burócratas profesionales, “nomenklatura” en miniatura pero aspirantes a ser gran “nomenklatura”. Muchos cuadros de la CNT fueron altos funcionarios durante la guerra, además de ministros, y crearon sus propias redes de burocracia anarquista.
Andreu Nin mientras fue conseller de Justicia de la Generalitat ejercía como cualquier alto funcionario de cualquier Estado, a la manera burocrática. Nin había sido parte de la burocracia soviética y posteriormente burócrata de la Generalitat durante la guerra (Conseller de Justícia), Maurín fue corresponsal de Izvestia (“burócrata” soviético por lo tanto) y diputado por el Frente Popular (burócrata republicano); otros altos dirigentes también eran “burócratas”, como Juan Andrade, funcionario de correos, mientras que otro dirigente del POUM, Molins i Fàbrega, era presidente de la sección sindical de funcionarios de la UGT. Añadamos a esto, que el discurso más radical contra el «Estado burgués» se produjo a raíz de la expulsión de Nin del gobierno de la Generalitat por su política sectaria y provocadora. Todos estos hechos arrojan una perspectiva nueva y más concreta sobre algunos aspectos de lo que se ha venido en llamar “revolución” y “contrarrevolución”: la lucha por la hegemonía en los organismos de la Generalitat, incluyendo los surgidos de la “revolución” como el Comité de Milicias, colectividades y Patrullas de Control, cuyos miembros se convirtieron de hecho en funcionarios (o sea, burócratas) que cobraban su salario de la Generalitat. Los “revolucionarios” que se enfrentaron en mayo de 1937 contra la “burocracia estalinista” (el Frente Popular) distaban mucho de ser precisamente obreros, sino algo muy distinto: «aquellos sectores más beligerantes contra la supervivencia de la legalidad constitucional de 1931, como la agrupación anarquista radical Los Amigos de Durruti o el POUM, no estaban liderados por obreros manuales, sino por periodistas de segunda fila, aspirantes a intelectuales de opinión y empleados de servicios» (4).
Franco y la Falange querían destruir la República y sus instituciones, precisamente porque ya eran más populares que burguesas, mientras que el POUM quería destruir a la República y al Frente Popular por su imposibilidad en convertirse en burocracia dominante de forma pacífica, debido a sus actividades provocadoras y a su sectarismo. En diciembre de 1936 se cerraba definitivamente para el POUM la vía “pacífica” para conquistar la hegemonía burocrática con la exclusión de Nin del gobierno de la Generalitat, por la actitud sectaria y provocadora del POUM. Aislado voluntariamente de las demás fuerzas políticas y sindicales, abandonado incluso por la CNT y la FAI, el POUM se radicalizó desesperadamente y, en una fuga hacia delante, se alió con los grupos más extremistas y minoritarios como Los Amigos de Durruti, formado por libertarios que habían desertado del frente. Juntos entablaron un pulso armado con el Frente Popular y las instituciones republicanas en mayo de 1937 con el resultado de sobras conocido. Así nació la leyenda de la «burocracia estalinista» en España.
El dislate de la contradicción
Volvemos a leer frases acerca de los «horrores del estalinismo» en el más puro estilo del Libro Negro del Comunismo. Pero, ¿hubiera sido mejor el futuro si la pequeña “burocracia trotskista” se hubiera impuesto en su lucha contra la mayoritaria “burocracia estalinista”? Los pasos antes de que el trotskismo implantara el “verdadero” comunismo en el Sistema Solar, ¿habrían sido menos traumáticos y habrían derramado menos sangre que con Stalin? Las propuestas de Trotsky y la “oposición unificada” de 1926 no diferían gran cosa de las que se implantaron con Stalin años después: colectivización de la agricultura, industrialización y planes quinquenales. Hay que sumar a eso el odio constante de las potencias imperialistas, el enorme subdesarrollo del país, etc., etc. Podemos suponer pues, que Trotsky y su fracción minoritaria se hubieran enfrentado, al menos, con problemas de la envergadura que lidiaron la fracción mayoritaria del partido. No hay ningún motivo para suponer que la “burocracia trotskista” hubiera creado menos “horrores” que los que se le achacan a Stalin: de Trotsky partió la idea de secuestrar y fusilar a las familias de los “especialistas militares” zaristas que desertaran del Ejército Rojo; fue Trotsky el que reprimió duramente la insurrección anarquista de Krondstad en 1921 con medidas extremistas que incluían el terrorismo y los fusilamientos; fue Trotsky el que planteó militarizar los sindicatos y hacerlos un apéndice del Estado, es decir, burocratizarlos al máximo. ¿Por qué los “horrores” de Trotsky habrían de ser menores que los “horrores” de Stalin? ¿Por qué, de haber vencido el POUM y sus grupitos aliados en la lucha contra la República, los “horrores” hubieran sido menores que en el caso de los defensores de la República, conociendo la suerte que corrieron Desideri Trillas, Roldán Cortada, Sesé, y muchos otros? ¿Por qué los admiradores del POUM no publican nada sobre ello?
La historia coloca a cada uno en su lugar
El anticomunismo de izquierdas ha demostrado históricamente su incapacidad crónica para constituirse en alternativa y ser una fuerza de masas. La incapacidad se reveló con toda su crudeza cuando las últimas huellas de los «horrores estalinistas» dejaron de existir al desaparecer la URSS en 1991, dando paso a cambio a un nuevo tercer mundo con un infierno de millones de muertos, pobreza extrema, decenas de miles de niños viviendo en las cloacas, dictadura de las mafias, cientos de miles de prostitutas obligadas a venderse, millones de desempleados y guerras interétnicas instigadas por el imperialismo. Pero todos estos “detalles” nunca fueron del interés del anticomunismo de izquierdas, que sólo nació para “denunciar” los «horrores del estalinismo» o, como Franco y la Falange, las «víctimas de Negrín». Preocupado en esconder las causas de sus fracasos y sus evidentes limitaciones políticas, el anticomunismo de izquierdas desvió insistentemente sus críticas hacia el «estalinismo» y el antisovietismo, buscando chivos expiatorios de sus carencias y su escuálida capacidad de convocatoria. El anticomunismo de izquierdas y su hermano menor, el antisovietismo, han vivido una época dorada gracias a la división de los comunistas en el Estado español y a nivel internacional, y ha conseguido avergonzar a muchos comunistas, sobre todo dirigentes. El movimiento comunista ha cometido errores, algunos graves, y los seguirá cometiendo indudablemente, como corresponde a toda fuerza que interviene en la política práctica. Pero el saldo de la historia es enormemente favorable para el movimiento comunista. Los comunistas no tienen nada de lo que avergonzarse y tienen un pasado y un presente heroico de luchas y sacrificios, errores y aciertos, fracasos y triunfos, que constituyen un patrimonio del que deben de estar orgullosos.
Los tiempos cambian y es posible que asistamos al comienzo de una etapa histórica esperanzadora, donde se generen por fin las condiciones para un nuevo esfuerzo unitario entre las diferentes organizaciones comunistas. Para que la unidad tenga éxito, hay que perder la vergüenza de la propia historia, arrinconar sectarismos y recoger lo más positivo que cada corriente comunista ha generado a lo largo de su trayectoria, sin descartar además diferentes alianzas con otras capas progresistas de la población. Marx y Engels escribieron al respecto en el Manifiesto del Partido Comunista que «los comunistas no forman un partido especial opuesto a los otros partidos obreros. No tienen intereses algunos que no sean los intereses del conjunto del proletariado. No proclaman principios sectarios a los que quisieran amoldar el movimiento proletario» (5). Efectivamente, los comunistas no pueden aspirar, como dicen nuestros maestros, a encasillar el movimiento obrero bajo «principios sectarios», lo cual no quiere decir, por otra parte, que la ideología, la teoría y la doctrina dejen de ser importantes, pero en su justa medida, ayudando a impulsar el movimiento obrero y comunista y no poniendo trabas artificiales que frenan el movimiento y la unidad. Y siempre colocando por delante el estudio incansable de la historia, que es quien tiene la última palabra para juzgar los aciertos o errores de la práctica política, partiendo de la base de que no existen las personas infalibles y que la historia no la realizan los grandes hombres, sino las clases sociales y los dirigentes que surgen de estas clases sociales. Tales dirigentes se ven inmersos en múltiples contradicciones, conflictos e intereses de grupos sociales y nacionales diversos, que a veces los atrapan sin remedio como una fuerza gravitatoria, limitando sus márgenes de maniobra y sus posibilidades reales de aplicar las políticas deseadas.
Los comunistas han escrito sus páginas históricas más brillantes luchando unidos y sabiendo conectar con el sentir de las masas, de las que deben formar parte. Así fue en Octubre de 1917, en la construcción del socialismo en la URSS y en otros países, en la defensa de las conquistas sociales, en la guerra civil, en la lucha antifranquista, en las revoluciones antiimperialistas y en tantas otras ocasiones en las que, por lo demás, el anticomunismo de izquierda estaba ausente o era adversario de tales luchas. El movimiento comunista ha jugado un papel, en solitario o junto con otras fuerzas progresistas, claramente decisivo para el avance de las conquistas sociales de las masas explotadas e incluso para la humanidad en su conjunto. Por el contrario, la etapa histórica donde se vivió la división del movimiento comunista en numerosos fragmentos, condujo a los comunistas en muchos lugares al declive, y en otros como en el Estado español, casi a la extinción.
En España tenemos ejemplos históricos de unidad comunista, como la unidad del PCE y del PCOE en 1921, y la de los colectivos socialistas y comunistas en una sola formación política (las Juventudes Socialistas Unificadas a nivel estatal, y el Partit Socialista Unificat de Catalunya, PSUC), unidos sobre bases revolucionarias en 1936. Tal unidad, que se estaba fraguando también entre el PCE y del PSOE para constituir un partido proletario revolucionario unido, no pudo culminar con éxito por la división interna del partido socialista, lo que provocó una influencia muy negativa en el desarrollo de la guerra civil y la lucha antifranquista.
Cuando se perciba el grave momento histórico que estamos viviendo, será posible reemprender el camino de la unidad, unidad imprescindible para derrotar al enemigo: el fascismo, el imperialismo y la burguesía. Unidad sin renunciar a los principios pero renunciando a los sectarismos y a las exclusiones, y anteponiendo la resolución de los graves problemas de la clase obrera antes que una pureza doctrinaria extremista. Será entonces cuando el anticomunismo de izquierdas volverá a tener en la historia el papel residual y anecdótico que le corresponde ocupar. Sólo así, con la unidad y la voluntad de luchar por la clase obrera ante todo, los comunistas podrán volver a tener una determinante capacidad de influencia entre las masas y podrán aspirar a llevar tras de sí a la clase obrera y a los pueblos oprimidos en la lucha por un mundo mejor.
Notas:
(1) http://www.kaosenlared.net/noticia/noticia/que-hay-que-rescatar-del-poum
(2) http://www.elperiodicodearagon.com/noticias/noticia.asp?pkid=273460
(3) Antonio Elorza y Marta Bizcarrondo: Queridos camaradas. La Internacional Comunista y España, 1931-1936. Editorial Planeta, Barcelona 1999, pp. 351-375.
(4) David Martínez Fiol: Estatisme i antiestatisme a Catalunya, 1931-1939: rivalitats polítiques i funcionarials a la Generalitat. Publicacions de l’Abadia de Montserrat, 2008, p. 290.
(5) Marx y Engels, Manifiesto del Partido Comunista, Edicions PCC, 1983, cap. 2, p.15.

martes, 28 de octubre de 2008

Estado español: Debate sobre el POUM




Desde hace meses, dentro del movimiento de recuperacion la Memoria Historica, han aparecidos diversos articulos y posicionamientos sobre el Partido Obrero de Unificación Marxista, sus tesis y su papel en la Guerra Civil Revolucionaria de 1936-1939.
El Presente articulo, firmado por Albert Escusa, esta tomado de la pagina kaosenlared, en su seccion de colaboraciones. Lo publicamos por su extension en dos partes.



SOBRE EL ANTICOMUNISMO DE IZQUIERDAS, EL «ESTALINISMO», EL POUM Y EL MOVIMIENTO COMUNISTA

Albert Escusa

Se ha vuelto casi un deporte nacional, por parte de algunos autores, publicar en las páginas de izquierda de Internet artículos que se dedican de forma más o menos encubierta a criticar la historia del movimiento comunista, responsabilizándole de todos los males habidos y por haber, ya sea el ascenso de Hitler al poder, el cambio climático o la derrota del equipo local. “Estalinismo” se ha convertido para algunos en una palabra mágica. El “estalinismo” encierra, como el misterio de la Santísima Trinidad, tres propiedades en una: la primera, evita entrar en un debate histórico con argumentos contrastados; la segunda, evita dar una explicación acerca del fracaso histórico y de la incompetencia política crónica de la corriente a la que están adscritos los anticomunistas de izquierdas; y la tercera, sirve para intentar avergonzar a los militantes, pero sobre todo a los potenciales simpatizantes de los diferentes partidos comunistas, para disuadirlos de ingresar en los partidos comunistas. Todo este discurso se ha visto favorecido por una etapa histórica donde la división y el enfrentamiento en el seno del movimiento comunista, particularmente en nuestro país, ha conducido a que éste se desintegre en numerosos fragmentos desunidos, aislados y dispersos.
Precisamente la última propiedad mágica del “estalinismo” quizás sea la más codiciada por los anticomunistas de izquierda. Se ha demostrado, tanto con ejemplos históricos como en la actualidad, que, de todas las fuerzas que se proclaman anticapitalistas y dicen querer superar el actual sistema socioeconómico, el movimiento comunista (con todas los errores, fracasos, traiciones, rupturas, degeneraciones y lo que se le quiera añadir) ha demostrado en la práctica (sabiendo superar todas sus limitaciones anteriormente señaladas), que es el que cuenta con la capacidad de llevar a término tales propósitos anticapitalistas. Así, mientras que hoy, sobre el planeta Tierra, no hay ninguna fuerza política o social del anticomunismo de izquierdas con peso político o social (si descontamos la excepción coyuntural de Francia, debido más que nada a la degeneración extrema del PCF), varias corrientes que se reclaman del comunismo en su versión marxista-leninista o incluso marxista a secas, y que reivindican –cada una a su peculiar manera– la experiencia soviética como un avance progresivo para la humanidad, o bien son fuerza de gobierno en algunos países, o bien cuentan con grandes partidos obreros y populares de masas, guerrillas antiimperialistas y una gran influencia en los movimientos sociales. Y no sólo eso: el movimiento comunista ha sabido conservar, entre grandes sectores de la población, allí donde tiene influencia, una cultura de revolución y de justicia social, con la memoria histórica comunista y sus símbolos, que arranca en octubre de 1917 y cuya historia, patrimonio y símbolos son elementos de rebeldía incontestables para muchas personas.
Nada de ese patrimonio tienen los anticomunistas de izquierda. Sus realizaciones históricas son muy limitadas y están cogidas con pinzas: la insurrección cantonalista de 1873 que ayudó a hundir la I República, las colectivizaciones de 1936-1939 en algunas localidades de la España republicana, las aburridas trincheras de Huesca en la guerra civil, algunas victorias militares de la parte del Ejército Rojo dirigida por Trotsky o la actividad de las bandas guerrilleras del líder campesino ucraniano Makhno en 1918-21, son las contadas realizaciones que puede reivindicar el anticomunismo de izquierdas. Los nuevos movimientos como el antiglobalización o el movimiento zapatista, fueron teorizados por muchos como las pruebas de la derrota definitiva del modelo político que representaba el partido comunista clásico. Sin duda alguna, el movimiento antiglobalización fue una respuesta importante de masas a la globalización neoliberal, que consiguió movilizar a amplios sectores sociales, principalmente estudiantes universitarios. Pero finalmente el movimiento antiglobalización, carente de una dirección política, ha quedado reducido a inofensivos Foros Sociales. Por su parte, el zapatismo no ha dado ni siquiera la imagen de un movimiento superador del capitalismo y el imperialismo, sino más bien se ha mostrado como un indigenismo folclórico; los territorios zapatistas se pusieron de moda en los años noventa como santuarios de peregrinación para intelectuales procedentes de la izquierda anticomunista donde recibían la inspiración divina contra el “estalinismo” y los partidos comunistas. Hace años que pasaron de moda y ya no son visitados por tales intelectuales. Asimismo el Foro de Porto Alegre y el apoyo a Lula en Brasil, presentados como el último grito de “socialismo verdadero” frente a la práctica del movimiento comunista, han acabado encumbrando a un hombre que, lo menos que se puede decir de él, es que no parece muy interesado en realizar cambios profundos en su país, más bien todo lo contrario, y cuando ha tenido que enfrentarse a dirigentes antiimperialistas consecuentes como Hugo Chávez o Evo Morales, para defender los intereses de las multinacionales brasileñas, no ha dudado en hacerlo. Lo que sorprende, ante todo, es que los anticomunistas que defendían todas estas alternativas atacando a los partidos comunistas, hoy permanezcan mudos y no realicen ninguna valoración crítica de las mismas.
Así pues, cuando hace muchos años que ya no queda ni rastro del “estalinismo” al que se le achacaban (y se le achacan) todas las responsabilidades de los fracasos propios y ajenos, cuando ya no queda ningún pretexto para que los anticomunistas de izquierda liberen todas sus energías revolucionarias y demuestren a los “estalinistas” cómo se hacen las verdaderas revoluciones, vemos que tales energías se desgastan, como siempre, en “demostrar” que de no haber sido por Stalin y los suyos, desde 1924 habría comunismo en Europa, o que en 1936 desde algunas misérrimas aldeas de Huesca, con la genialidad de Andreu Nin y con el viejo máuser de Orwell, no llevaría más que dos semanas derrotar a Franco, realizar la revolución en España, vencer a la Alemania nazi, a Mussolini, a los Estados Unidos, al Japón y al Imperio británico, derrocar a la «burocracia degenerada de Stalin» e implantar el resplandeciente comunismo en el Sistema Solar (esta vez el comunismo de verdad, por supuesto). Es un plan tan sencillo que no podemos imaginarnos cómo no se les había ocurrido antes. O lo que es lo mismo: soñar es gratis.
Nuevamente el POUM como arma arrojadiza
El POUM y la “revolución” española es un clásico entre los clásicos del anticomunismo. Y eso a pesar de que ya no hay casi ningún historiador serio que, habiendo investigado aquella época libre de la costra ideológica orwelliana, sostenga la tesis de que la “revolución” y “contrarrevolución” fueron los factores dominantes de la guerra civil española en 1936-1939. Efectivamente, a pesar de los discursos ideológicos que taparon la realidad y que han dado una visión completamente deformada de la historia, la “revolución” de 1936 fue más que nada una revolución de símbolos, posturas estéticas y comportamientos (la quema de iglesias como rito anticlerical, la ropa obrera que se puso de moda incluso entre los burgueses, la quema de dinero, el deslumbramiento de los “turistas revolucionarios” como Orwell, etc.), antes que un proceso real de transformaciones socioeconómicas, mientras que las instituciones republicanas, aunque mantuvieran las mismas formas, en su contenido reflejaron la nueva correlación de fuerzas producto de la derrota del fascismo en Cataluña. Esto conllevó la entrada masiva de los representantes de los partidos y sindicatos obreros en tales instituciones, desvirtuando su viejo carácter de clase. Entonces, si tal “revolución” fue más aparente y más limitada a los símbolos y los discursos que a los hechos reales, si el factor “revolución” constituye algo completamente secundario para juzgar aquella etapa y se ha demostrado lo erróneo de semejante catalogación, si además, las instituciones republicanas habían adquirido un carácter plenamente popular y distaban de ser tan «burguesas» ¿a quién beneficia seguir manteniendo la leyenda? A los anticomunistas de izquierdas, por supuesto.
Por ello, y por la falta de nuevas ideas, se vuelve una y otra vez al POUM, con una obsesión digna de estudio. Fue la norma por parte del anticomunismo de izquierdas blanquear las actividades de los principales dirigentes del POUM tras la guerra y pasar de puntillas sobre los mismos, aprovechando que muchos sectores de jóvenes militantes de izquierda desconocían la historia de tales dirigentes. Ahora, en un reciente “¿Qué hay que rescatar del POUM?” (1), se sugiere que hubo una “época buena” y una “época mala”. Por lo menos ya hemos avanzado algo, porque hasta ahora los anticomunistas de izquierdas preferían guardar un sospechoso silencio sobre la “época mala”. Pero ¿dónde hay que establecer en verdad la frontera entre ambas épocas?
Hay que considerar que todos los principales dirigentes del POUM, recién acabada la guerra, o bien giraron rápidamente hacia la tan odiada socialdemocracia “menchevique” creando el Moviment Socialista de Catalunya (MSC), o bien ingresaron en las nóminas de la CIA, como fue el caso de Gorkin, Maurín y otros. La práctica totalidad de los altos dirigentes renegaron de sus antiguas creencias. Los “auténticos líderes revolucionarios”, a partir del 1º de abril de 1939 dejaron de ser tales revolucionarios. ¿Es posible una metamorfosis tan repentina? ¿A qué se debe que, cuando es más necesario luchar contra el fascismo, tales dirigentes que repartían certificados y lecciones de revolución a diestro y siniestro y estigmatizaban a los “reformistas del PSUC”, abandonen la lucha y se transmuten en lo contrario de lo que decían ser? ¿Cómo explican los anticomunistas de izquierda que los “mencheviques reformistas” del PCE y el PSUC continuaran la lucha antifranquista sacrificando miles de vidas, y los principales dirigentes del POUM como Maurín y Gorkin ingresaran en la derecha pro-yanqui defendiendo al imperialismo más agresivo, mientras que otros fundaron el MSC para defender al imperialismo europeo? ¿Acaso la lucha contra el franquismo era menos necesaria que la lucha contra el Frente Popular? Misterios de la Santísima Trinidad “antiestalinista”, como fue un misterio divino que Maurín permaneciera vivo y en buenas condiciones en las cárceles de Franco, mientras a otros dirigentes republicanos los fusilaban o torturaban por la vía de urgencia. Maurín fue liberado en 1946 gracias a la intercesión de un obispo pariente suyo, que convenció al propio Franco de que era mejor mantenerlo vivo porque era un enemigo de los comunistas, y estas gestiones fueron seguidas directamente desde el mismísimo Vaticano (2). ¡Eso sí que es un auténtico privilegio del mejor burócrata! ¿Qué opinarán de todo ello los anticomunistas de izquierda y los apologistas del POUM? ¿Publicarán algún libro sobre estos temas?
El POUM no fue ningún partido inocente como machaconamente pretenden hacernos creer. En medio de la guerra, cuando en otros lugares del Estado se combatía a vida o muerte, desde las páginas de la Batalla, periódico del POUM, se instaba a luchar contra los “mencheviques de la revolución” en alusión al PSUC situándolo como el enemigo a batir. Muchos dirigentes del PSUC y la UGT murieron asesinados entre agosto de 1936 y mayo de 1937. Desideri Trillas, dirigente sindical de la UGT, que había acompañado a Maurín en 1924 a Moscú, murió asesinado en 1936 por pistoleros de la CNT; el 24 de abril, Rodríguez Salas, comisario afiliado al PSUC, sufrió un atentado fallido, y el 25 cayó asesinado Roldán Cortada, antiguo colaborador de Maurín, depurado años antes por éste de la ejecutiva del Bloc Obrer i Camperol por desavenencias políticas, y asesinado en 1937 por pertenecer al PSUC. Muchos afiliados a la UGT fueron asesinados por no ingresar en la CNT. Seguramente la mano del POUM no estaba detrás de estas «víctimas de la revolución», pero desde las páginas de La Batalla, se señaló con insistencia quienes eran los enemigos: el Frente Popular y sus bases más consistentes y clarividentes, el PSUC y la UGT.
La guerra y el peligro fascista fueron cosas muy remotas y lejanas para el POUM, y por ello se dedicó a hacer la “revolución”. En La Batalla, se reproducían a gran tamaño eslóganes como «¡Muera la república democrática!», se calificaba al antifascismo como traición a la revolución cuando los antifascistas frenaban con su sacrificio el avance del ejército franquista, se llamaba a eliminar las instituciones republicanas calificadas como “burguesas” (aunque estuvieran dominadas por la mayoría obrera), se publicaba a toda página y en grandes letras las octavillas arrojadas por los aviones de Franco llamando a desertar, se injuriaba impunemente y de forma constante a los dirigentes republicanos, socialistas y comunistas y, entre otras “hazañas”, con el objetivo desmoralizar a los combatientes y provocar la deserción, se escribían noticias falsas acerca de una supuesta negociación del gobierno republicano con Franco en vistas a una rendición (3).
Por otra parte, en las filas del POUM se cobijaban a espías notorios como el jefe de la columna extranjera del POUM, Georges Kopp, agente del espionaje inglés y futuro colaboracionista de los nazis en Francia, y espías a favor de Franco que realizaron actos de sabotaje, mientras que otros se ofrecieron a la quinta columna para asesinar a Negrín y Álvarez del Vayo. No hay constancia de que por aquella época Orwell ya fuera un agente del espionaje británico, aunque se relacionó con personas directamente implicadas, como el propio Kopp, de quien era amigo íntimo






lunes, 27 de octubre de 2008

¿Crisis en el PCR-EE.UU?


El presente escrito esta tomado de la pagina solrojo.org, cercana al Movimiento Popular Perú, la reproducimos para información de nuestros/as lectores/as sin que tengamos, por el momento, una posicion sobre la veracidad el mismo.
Recordamos que el Partido Comunista Revolucionario de EE.UU. presidido por el camarada Bob Avakian es un historico partido maoísta, miembro del Movimiento Revolucionario Internacionalista y de su Comité.





COMENTARIO AL DRAMA DE LOS AVAKIANISTAS
Es conocido que el Partido Comunista Revolucionario de los Estados Unidos (PCR) tiene una capacidad increíble en intervenir en los asuntos de los diferentes partidos del Movimiento Revolucionario Internacionalista (MRI), en particular, y del Movimiento Comunista Internacional (MCI) en general.

Tienen curiosos destacamentos en diferentes partes a nivel internacional y no se cansan en fomentar situaciones en las que tengan la posibilidad de tal intervención. Es un partido que, con petulancia, en todas las partes del mundo, trata de encontrar posiciones diferentes (que ellos denominan "líneas") al interior de los Partidos y organizaciones, para buscar dividirlos y sacar sus propios dividendos, apuntando así contra la dirección de dichos partidos u organizaciones supuestamente fraternales.

Por lo tanto ahora cuando un destacado miembro de la dirección del PCR, un tal Mike Ely, junto con un grupo de importantes cuadros del partido se han llevado una de las principales bases del PCR y han escindido del partido, muchos se han inclinado a constatar: "what goes around comes around" [Quien mal anda mal acaba] para usar una expresión bien entendible para los amigos de Estados Unidos.

Aun así, nosotros no vamos a pedir a los camaradas de PCR que expliquen como es que destacados miembros de su dirección capitulan, o cuántos cuadros, militantes y masas han perdido, o cuales son las raíces de ello en la historia del PCR y la concepción ideológica que han permitido el surgimiento de esta "línea dentro del partido", o a qué documentos internos se refiere Ely, tampoco vamos a preguntar cuál ha sido el cargo de él, ni siquiera vamos a preguntar porqué todos sus militantes en Nueva York son caras nuevas o porqué han tenido que cerrar su librería en tal ciudad y abrir una nueva etc. Para ser buenos, ni siquiera vamos a exigir una reunión con el camarada Avakian para que nos explique y fundamente su posición. No vamos a preguntar, por el simple hecho que no somos el PCR. Sino vamos a plantear algunas cuestiones breves sobre las posiciones ideológicas y políticas expuestas en la pelea entre Caín y Abel del avakianismo (la referencia es para que sea entendible entre los que creen en las visiones de Avakian, les encanta discutir la Biblia).
Avakianismo economicista vs. la leyenda del viejo sabio
Tanto Ely y su grupo como el camarada Avakian y sus apósteles han hecho públicos sus posiciones y argumentos, si bien se puede anotar que parece que ha costado un poco a los del PCR el discutir sus "asuntos internos" en publico - siendo que se sienten más cómodos discutiendo lo que concierne otros partidos - y que Avakian incluso trató de cerrar el debate recurriendo a una cita de una autoridad de tal magnitud como Bob Dylan.

No pensamos que es necesario transcribir acá las posiciones advertidas en el debate - los interesados pueden recurrir a la documentación publicada - sino plantear algunos puntos cardinales.

Lo que es el punto de partida tanto de Ely como de los fieles a Avakian, es la negación del maoísmo como tercera, nueva y superior etapa del marxismo, es decir que ser marxista hoy es ser marxista-leninista-maoísta, y principalmente maoísta. Las dos partes consideran que el maoísmo no es suficiente, Ely que hay que descartar todo lo que "no sirve" y Avakian que hay que "re-envisionar", es decir revisar; en esa discusión no hay nadie que se base en el marxismo, la critica de Ely se basa en lo que él considera correcto en las anteriores posiciones de PCR/Avakian y se tira contra la "nueva síntesis" de Avakian y éste se defiende recurriendo a lo atacado. A ninguno se les ocurre que lo que corresponde a un comunista es aplicar la ideología del proletariado, el marxismo-leninismo-maoísmo, principalmente el maoísmo, a las condiciones concretas para resolver problemas concretos de la revolución.

El tema que trae a debate Ely es la crisis de trabajo de masas del PCR y usa la situación con el PCN (M) - cuya política capitulacionista abraza - como su caballito de batalla. Al mismo tiempo se agarra de algunas de las innumerables posiciones idealistas de Avakian para ridiculizarlo. La solución que plantea no es que los comunistas en Estados Unidos asuman el maoísmo y lo apliquen, sino que van a "reconsiderar" todo y tomar como ejemplo lo de Nepal. La solución de los que defienden a Avakian es de hundirse más en sus posiciones y agarrarse de la negación del papel de la teoría que hace Ely; sobre el tema de Nepal simplemente no responden, no atan ni desatan para seguir traficando según lo que les conviene. Es una pelea dentro de la derecha y no una lucha entre la línea proletaria y la línea burguesa; son dos matices de negro y no de rojo. El asunto habría quedado como una curiosidad, una simple muestra de la crisis ideológica de los que siguen las posiciones de Avakian, sino fuese por los trapitos sucios que se sacan a la luz. Lo que más ha dolido a Avakian es ser acusado - injustamente, en ello estamos totalmente de acuerdo con la respuesta de PCR - de tener algo en común con el Presidente Gonzalo. Luego de haber planteado que habido "una resolución negativa (…) de la lucha revolucionaria en el Perú" (la pregunta es cuál: ¿están molestos porque la guerra popular prosigue?), se lanzan a afirmar que "hay una muy real, y decisiva, diferencia entre lo que realmente está diciendo el PCR sobre el papel de Bob Avakian y lo que se encarna en la línea del PCP sobre ´jefatura´". Obviamente es correcto que el PCP se basa en el marxismo-leninismo-maoísmo, pensamiento Gonzalo, principalmente el pensamiento Gonzalo, y el sustento de la jefatura del Presidente Gonzalo es su pensamiento, probado en teoría y práctica en el proceso de reconstituir el PCP y en 28 años de guerra popular, mientras el PCR se basa en la "nueva síntesis" de Avakian que ni por el forro tiene sustento en la práctica. Los pcr-ianos resaltan que no solamente Avakian no es jefatura, sino que su partido está totalmente contra la tesis de jefatura, la cuál viene desde Lenin - quien, de paso, ellos consideran como un mafioso - y que "la línea de PCR no solamente está de acuerdo… sino, una vez más, Bob Avakian ha argumentado - y polemizado - en su contra". Lo interesante no es que el PCR y su jefecillo están en contra de la jefatura, eso lo sabe todo el mundo, lo interesante es que es la primera vez que se animan a decirlo públicamente. ¿Entonces en qué queda su juego hipócrita de "no hacer publicas las criticas" si toda la vida han estado polemizando contra las posiciones, justas y correctas, del PCP? ¿En qué quedan sus falsas llamadas a "no hacer publicas las diferencias"? En lo que todos hemos sabido: un truco de hegemonistas para tratar de callar a la izquierda mientras la derecha se les desborda. Avakian siempre ha polemizado contra la línea del PCP, ya lo dijo él y su propia gente. Hay que comentar algo sobre la "nueva síntesis" de Avakian, que no tiene nada de nuevo ni de síntesis siendo que es una amalgama de viejas posiciones revisionistas, ahora no tanto sobre el contenido sino sobre como ha sido fecundizado y parido al mundo. Según la realidad y su propia declaración, lo de Avakian no se basa sobre una práctica revolucionaria sino todo nace de su iluminada cabeza. Ningún partido revolucionario del mundo podría argumentar una afirmación de tal carácter, y no hay un comunista en el mundo que podría decir tal cosa sin morirse de vergüenza, pero para los de PCR no es así, sino hasta lo quieren justificar con barbaridad y media.

Dicen "el aspecto principal de Marx es que paso una década en la Sala de Estudios de la British Library". ¡Eso es Marx para ellos: un sabio que pasó una década en la biblioteca! Lógico, entonces, que para ellos Avakian no tiene porque ser diferente. En qué biblioteca Avakian habrá pasado sus añitos no se revela en el cuento y tampoco es tan importante, lo único que uno puede constatar es que él debe haber llevado allí su "walk-man" para poder escuchar su querido John Lennon quien es el que le ha dado inspiración en sus visiones del comunismo. No hay mucho más de comentar sobre este drama, la cual quizás hará reír hasta las lágrimas a algunos proletarios en Estados Unidos. Nunca sabremos, porque los obreros norteamericanos no tienen ni idea de quien es Avakian.
Asociación de Amistad Nuevo Perú (New Peru Friendship Association)
Estados Unidos, Junio de 2008

domingo, 26 de octubre de 2008

Poemas de Mao Tse-Tung


LA GRAN MARCHA

Lüshi


El Ejército Rojo no teme la prueba de la larga marcha,

mil montañas y diez mil rios para él no significan nada.

Para él, las Cinco Cordilleras ondulan como livianas olas (22)

y los pico de la montaña de Wumen se deslizan como bolas de barro.(23)

Tibios son los acantilados que perforan la niebla, lavados por el rio Arenas de Oro, (24)

frias son las cadenas de hierro que atraviesan el Dadu. (25)

Feliz esta el Ejército de ver las nieves infinitas de Minshan (26)

y cuando las cruzamos una sonrisa nace en cada rostro.


Notas:

El presente poema esta tomado de la segunda edicion de Mao Ste-Tung Poemas de ediciones en lenguas extranjeras de 1962, cuya traducción corresponde a Luis Enrique Délano.

las siguientes notas aclaran alusiones contenidos en los poemas o a la epoca en la que fueron escritos.

(21) Poema del genero Shi, llamado Lüshi. El poema refiere el inicio de la Larga Marcha desde la base revolucionaria de Chiangsi que les llevara a cruzar diez provincias y recorrer diez mil Li hasta la base de Shensi del Norte en Octubre de 1935

(22) Cinco Cordilleras; Se extienden sobre las provincias de Hunan, Guangdong, Kuansi y Kuichou.

(23)Arenas de Oro; Nombre que se le da al Yantze en el curso superior.

(24) Dadu; Cruzado por un puente con trece cadenas y lugar de un importante combate.

(24) Minshan: Cadena montañosa en los confines de las privincias de Chinghai, Kansú, Shensi y Seshuán.

sábado, 25 de octubre de 2008

Nepal: Los dos caminos.



NEPAL: LOS DOS CAMINOS
Miguel Alonso para Correo Vermello.-

El próximo noviembre el camino de la revolución en nepal se enfrenta a una decisiva encrucijada.
Camino de la revolución que en Nepal se concreta en el denominado Camino Prachanda, aplicación viva del m-l-m a las tareas de la revolución en Nepal.
Cuando en febrero de 1996 el Partido Comunista de Nepal (maoísta) dio comienzo a la Guerra Popular el liderazgo del camarada Prachanda fue decisorio en la adopción de una estrategia mixta de lucha y negociación que permitió el avance de la guerra popular y el control de cerca del 80 % del territorio y el cerco a las principales ciudades, incluida la capital, asi como el progresivo aislamiento de la camarilla absolutista feudal.
La gestación del liderazgo maoísta, ligado al MRI y a la Guerra Popular en Perú, fue adquiriendo en estos años una dimensión propia, profundizando en las múltiples contradicciones de su país, tratando de dar respuestas creativas a las mismas.
Las jornadas de Abril en las que la población de las principales ciudades secundaron una huelga general, represento el fin político de la monarquía y del feudalismo.
La decisión del PCN (m) de establecer las bases de un acuerdo de Paz, con la alianza burguesa de los siete partidos parlamentarios en torno a un programa de 12 puntos con el aval de la ONU, a su vez supuso el fin de la fase armada de la Revolución de Nueva Democracia propugnada por el Partido y la convocatoria de elecciones a una Asamblea Constituyente.
El amplio respaldo a los maoístas en estas elecciones es un fiel reflejo del apoyo y extensión que tiene el PCN (m) entre las masas.
Otra cuestión son las maniobras electoralistas y "parlamentarias" que fue capaz de imponer la burguesía a las fuerzas revolucionarias.
Muchas de las actuales divergencias en el seno del PCN (m) tienen mucho que ver con estas negociaciones y sus verdaderos resultados.
Dos caminos se desarrollan en paralelo, el de la derecha que quiere conformarse con la actual Republica Democrática Federal y el de la izquierda que quiere proseguir por el sendero de la Revolución.
Desde hace meses podemos ver este debate en la propia prensa maoísta. En el mismo han participado los principales dirigentes de PCN (m) que han expuesto sus argumentos.
Pero la Revolución no es un concurso de ideas, es el punto álgido de la lucha de clases y el tiempo se acaba para los debates frente a problemas como, la Reforma agraria y el reparto de la tierra de los feudales a los campesinos o la destitución de los dirigentes militares nombrados por Koirala y la disolución de ambos ejércitos para su integración como esta previsto en los acuerdos de paz y que hoy la burguesía, envalentonada por el respaldo imperialista trata de impedir.
Problemas concretos en los que los dos caminos de separan. Donde no cabe conciliar. Se esta con las masas o en contra, se defienden los intereses de las mismas o se defienden los intereses de la burguesía.
A todas estas cuestiones tendrá que dar respuesta la dirigencia que salga victoriosa de la Conferencia del PCN (m) de Noviembre.
Sin duda, desde Noviembre, Nepal y su Partido revolucionario no serán los mismos.

viernes, 24 de octubre de 2008

Un articulo de IPS analiza la situación politica de Venezuela.-


Chávez rompe con izquierdistas.-
Por Humberto Márquez
CARACAS, 17 oct (IPS) - El presidente de Venezuela, Hugo Chávez, rompió con el Partido Comunista (PCV) y otros sectores de izquierda que lo apoyaron por 10 años, acusándolos de "mentirosos, desleales y contrarrevolucionarios", por respaldar candidatos estaduales y municipales ajenos a su agrupación política.
"La cuestión de fondo es que no reconocen mi liderazgo, y entonces yo tampoco los reconozco a ellos", dijo Chávez en mítines de respaldo a candidatos del gobernante Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV). "Me encargaré personalmente de que desaparezcan del mapa político venezolano", aseveró.

Junto al PCV fue defenestrado Patria Para Todos (PPT), un partido de cuadros de raíz obrerista, y grupos remanentes de viejas formaciones socialistas, como Gente Emergente, Movimiento Electoral del Pueblo y Joven. Entre todos suman 10 de los 167 diputados de la Asamblea Nacional (parlamento unicameral), donde el PSUV ocupa más de 140 bancas.

Venezuela elegirá el 23 de noviembre a gobernadores para 22 de sus 23 estados y a 328 de sus 335 alcaldes.

En varias regiones PPT, el PCV y otros grupos aliados al chavismo apoyan a candidatos diferentes a los del PSUV, con opción de triunfo o capaces de dividir la votación pro-oficialista y favorecer así una victoria de abanderados de la oposición.

La divisoria de aguas –el mandatario no cesa de recordarlo-- se produjo desde que a comienzos de 2007 propuso unificar a sus seguidores en un solo partido, el PSUV, creado sobre la base del Movimiento V República (MVR), la organización electoral que llevó a Chávez a la presidencia en 1998 y fue su plataforma en otros comicios desde entonces.

Hubo dirigentes y militantes de partidos aliados que adhirieron al PSUV, pero Podemos, de tendencia socialdemócrata, pasó a la oposición, y los comunistas y otros grupos, aunque conservaron a Chávez como referencia, mantuvieron sus siglas y estructuras y este año presentaron candidatos que rivalizan con los oficialistas en varias regiones.

También han respaldado el discurso con el que Chávez acompaña sus ejecutorias, nutrido ya no sólo con frases del libertador Simón Bolívar (1783-1830) sino con consignas de la izquierda latinoamericana de la segunda mitad del siglo XX, pero colocando como norte la búsqueda de un "socialismo del siglo XXI". Oscar Figuera, secretario general del PCV, dijo a IPS que las palabras de Chávez fueron "injustificadas y gratuitas", pues "a los comunistas no se nos puede llamar contrarrevolucionarios, porque buscamos profundizar la revolución en el terreno electoral, social, político, cultural e ideológico". Además, "en el terreno electoral, de las 22 candidaturas a gobernaciones que postula el PSUV, los comunistas apoyamos 17. En los restantes casos, apoyamos a quienes consideramos los mejores cuadros para que avance y se profundice la revolución". "Somos parte de este proceso desde que en 1997 fuimos el primer partido (fuera del MVR) en apoyar la candidatura de Chávez y desde 1931 formamos parte de las fuerzas revolucionarias en el continente americano. Esas críticas no se justifican", indicó Figuera.

Desde el PPT, su secretario general, José Albornoz, fue más duro. "Cuando el presidente trataba de satanizarnos y hablaba del exterminio para el PPT, nos recordaba a José Stalin (Iósif Vissariónovich Dzughasvili (1878-1953)", quien durante tres décadas condujo verticalmente la hoy desaparecida Unión Soviética y por ende el movimiento comunista internacional.

El PPT "no compró su condición revolucionaria en una farmacia, viene desde antes de Chávez (de una fracción del grupo obrerista Causa Radical, creado en 1971) y no estamos en la revolución por una cuota de poder, sino porque este proceso es de todos", agregó. Tampoco, según Albornoz, "no entendemos porqué somos contrarrevolucionarios al apoyar a Lenny Manuitt (PPT) en Guárico (estado de las llanuras centrales) y en otros estados somos revolucionarios al apoyar candidatos del PSUV". Daniel García, responsable del grupo Gente Emergente, cuestionó los ataques "ofensivos y desconsiderados" que les hizo Chávez después de que en el estado natal del presidente, Barinas, en las llanuras del sudoeste venezolano, organizaciones como la suya se alinearon con el disidente que aspira a ser gobernador, Julio César Reyes. Aunque se trata de comicios regionales y municipales, las elecciones de noviembre son consideradas por Chávez "las más importantes de nuestra historia", porque estima que un resultado favorable impulsará su proyecto a lo largo de la siguiente década. Dirigentes del PSUV como el alcalde caraqueño Freddy Bernal anunciaron que, luego de estas elecciones, volverán a proponer una reforma constitucional para que Chávez pueda ser reelegido indefinidamente tras concluir este sexenio en enero de 2013. Chávez advirtió que, si la oposición consigue una decena de victorias regionales, incluidos los estados norteños más poblados, "el año próximo vendrán por mí", es decir, erigirán barreras a sus políticas y podrían impulsar un recorte de su mandato. Los sondeos de opinión de voto conocidos hasta septiembre daban opción a los opositores --que en 2004 apenas consiguieron dos gobernaciones-- para ganar en media docena de estados, pero responsables de encuestadoras consideran que en los últimos días los adversarios de Chávez se han hecho con un número mayor de distritos posibles de obtener el triunfo. En ese marco, presentar varias candidaturas chavistas abre campo a la oposición, aunque, como compensación, las plazas donde compiten varios opositores pueden ser obtenidas por los seguidores del mandatario. Y varias regiones que han sido bastiones oficialistas pueden ir a manos de dirigentes, que rompieron con el PSUV al no ser escogidos como candidatos. En esa situación está el estado de Barinas, donde su hermano, Adán Chávez, un antiguo militante marxista, aspira a suceder como gobernador al padre de ambos, Hugo de los Reyes Chávez. Chávez, quien recorre el país en campaña por los suyos, llama "traidores" y "vendidos" a los disidentes, asegura que los borrará del mapa político y endureció su verbo frente a los opositores, calificando a algunos aspirantes de "imbéciles" y amenazando con no entregar recursos a gobiernos locales que "conspiren" contra sus políticas. Según el comentarista político Nelson Bocaranda, las invectivas del presidente contra los ex aliados crecieron al leer encuestas según las cuales en algunas plazas no sólo ganará la oposición sino que los disidentes superarán a los candidatos del PSUV. Oscar Schémel, de la firma encuestadora Hinterlaces, dijo a IPS que "hasta ahora el presidente ha tenido razón al sostener que electoralmente los pequeños partidos aliados sin él no son nada, pero, si el resultado entre varios candidatos a una plaza es muy cerrados, dos o tres puntos porcentuales pueden decidir el triunfo o la derrota". El diputado Luis Tascón, líder de un grupo de cuatro parlamentarios que se alejaron del PSUV a comienzos de este año tras denunciar que el partido fue copado por grupos de derecha, dijo a IPS que "el mapa político venezolano después de noviembre será multicolor y Chávez deberá pensar en cómo negociar con sus adversarios".